Valerio Varesi e Don Chisciotte: storia di un’illusione

Valerio Varesi e Don Chisciotte: storia di un’illusione

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varesi-profilo(di Dario Villasanta)

Con Valerio Varesi risulta difficile parlare solo di libri e ignorare argomenti più vasti. Se ai più infatti è noto come il ‘papà’ del commissario Soneri, ad altri non sfugge che è un giornalista preparato e con una dote preziosa: riesce a esprimere le idee e  critiche più taglienti con toni equilibrati e mai sopra le righe. Delicato nella sua prosa, pur diretta e limpida, racchiude in sé uno spirito critico dei nostri giorni che però non lascia scampo. Certamente non si poteva fare a meno di restare legati ai libri, ma lui l’ha fatto come al solito regalando un qualcosa in più.

Qual è per Valerio Varesi il significato dell’arte, e il suo scopo se ne ha davvero uno? E sì, la domanda è ispirata al dialogo tra Soneri e il falsario ne La strategia della lucertola.

L’arte è tante cose. Un distillato di vita, la sua quintessenza, la capacità di accarezzare quella parte di assoluto che si trova setacciando l’esistenza. E al tempo stesso è ineffabile, inafferrabile. E’ l’idea che racchiude un paradigma, una costante dell’umanità. Inoltre, sul piano più squisitamente estetico, è stupore, incanto, meraviglia. L’unico ponte che ci ricollega alla spiritualità, a una dimensione dell’essere che non è quella tattile, utilitaristica e istintuale che domina la maggior parte dell’umanità. Il falsario del romanzo cerca tutto ciò e avrebbe i mezzi tecnici per rappresentarlo, ma non ha la grazia dell’illuminazione di un’idea che lo metta in comunicazione con l’assoluto. Si limita a riprodurre magnificamente ciò che hanno pensato altri. Per questo, pur essendo un falsario, è il più onesto dei personaggi.

Tra un giallo e l’altro, e la notorietà con le serie TV , hai scritto libri in cui metti in risalto la tua percezione della nostra società e storia. Indro Montanelli disse che gli italiani non hanno memoria, né la vogliono avere, tu con Lo stato di ebbrezza l’hai riportata all’attenzione con una certa prepotenza. Aveva ragione secondo te e, se sì: stai dunque combattendo contro i mulini a vento, o  per chi stai scrivendo?

Altroché se aveva ragione. L’assenza di memoria è il frutto di un paese cinico e ignorante. Gli italiani si fanno governare dalle emozioni non dalla ragione. Per questo è un eterno ricominciare da capo. Per questo i politici stanno abbarbicati al potere come vongole allo scoglio. Possono sempre riciclarsi tra gente che non ricorda quello che è successo sei mesi prima. Mi illudo che con i libri si possa risvegliare qualche spirito civile e cancellare un’oncia di ignavia, ma mi rendo conto che è davvero combattere come don Chisciotte. Male che vada, mi resta il gusto quasi onanistico di ribellarmi da solo.

Il tuo doppio ruolo (giornalista e scrittore) ti consente maggior libertà d’espressione, o la limita? E consentimi di dirtelo, ma non ti senti avvilito da tuoi omologhi che scrivono su entrambi i fronti, rivelando però una preparazione generalmente approssimativa?

Giornali e libri sono ormai mondi molto lontani. Un tempo, quando c’erano le terze pagine e i giornali erano molto più frequentati dagli scrittori, c’era maggiore contiguità, ma oggi che parentela ci può essere tra un romanzo e un articolo on-line scritto alla rinfusa per battere gli altri siti sul tempo o copiato di sana pianta da un’agenzia di stampa che tra i tanti obbiettivi non ha certo quello della bella scrittura? Avvilito? In un mondo che non considera più come bene primario la qualità, quelli come me sono inutili. Così come i tanti colleghi preparatissimi che stimo.

La comunicazione, i media, la stampa: c’è ancora libertà in Italia, o si cammina sulle uova? Eclatante il caso di quella conduttrice del TG1 che si dimise, perché ‘quando arrivava una notizia era il panico: la diamo, non la diamo? O aspettiamo le reazioni?’ e via dicendo. È così dappertutto?

No, non è così ovunque. Può esserlo in certi contesti dove la politica entra a piene mani. Dove gli editori hanno interessi molto forti e usano i giornali come lettere anonime in edicola. Più in generale, tra i grandi quotidiani, c’è una profilatura molto accentuata e, purtroppo, molto scontata. E’ sempre più difficile trovare chi spariglia e la pensa controcorrente. C’è l’informazione di destra spesso sbracata e gutturale, e l’informazione della sinistra allo sciroppo, che rispecchia il pensiero culturale dominante, un distillato di buoni sentimenti come una canzone di Jovanotti che è un misto di embrassons-nous e di paternalismo delle plebi spesso indigeribile per eccesso di tasso zuccherino.

varesi-coranoL’Italia oggi. Dopo il crollo del muro di Berlino, destra e sinistra come le conoscevamo hanno smesso di esistere, con tutto quel che comporta. Sempre Montanelli, borghese e ‘anticomunista viscerale’ (glielo dicevano, ma se lo diceva anche da solo) confessò di aver avuto paura, quando crollò questo muro, per le conseguenze sulla nostra cultura e vita politica, perché sparirono i punti di riferimento. Aveva ragione, e quanto incide questo sul modo di fare cultura in Italia?

Non ha più senso parlare di destra e sinistra perché i termini sono intercambiabili al di là delle diverse liturgie. Esiste solo il mercato liberista come unico metro di misura e la nostra vita non è in funzione dell’utile collettivo bensì del profitto di pochi. Detto questo, il crollo del muro ha consentito di realizzare quello che il capitalismo finanziario e manifatturiero avevano già preparato fin dagli anni ’70: la libera circolazione della manodopera e dunque dell’uomo parificato a merce. In un mondo chiuso dove le regole d’ingaggio erano simili, l’operaio poteva spuntare redditi accettabili e beneficiare di una redistribuzione. Con l’apertura dell’ex cortina di ferro, sono divenuti di colpo disponibili interi eserciti di diseredati come forza lavoro a prezzo stracciato. La globalizzazione ha fatto il resto. Questo ha provocato un drammatico calo dell’occupazione in occidente e un sensibile peggioramento delle condizioni di lavoro. E’ quello che è stato chiamato il principio dei vasi comunicanti. Se il romeno o il serbo ricevono 500 euro al mese non solo le imprese si trasferiranno, ma l’operaio italiano dovrà rivedere le sue pretese di salario.

In chiusura: se tu avessi tra le mani un libro magico, con pagine bianche da riempire a seconda dei tuoi desideri, cosa vorresti vi apparisse scritto?

Mi sono sforzato invano di trovare una risposta intelligente, ma non mi è venuta. Mi limito a esprimere il desiderio che su quel libro venisse scritto un nuovo ordinamento sociale che mettesse al centro le necessità delle persone e rappresentasse il nuovo stato nascente, fondante direi, di un sistema che spezzasse la dittatura del mercato.

In finale di conversazione avrei voluto fargli ancora il doppio, il triplo delle domande preparate. Valerio Varesi resta un pozzo a cui attingere sensibilità sociale, che piacciano o meno le sue considerazioni. Io intanto rifletto sulle sue parole, e torno a leggere.

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dariovillasanta

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