La solitudine dello scrittore (quel ladro di storie!)

La solitudine dello scrittore (quel ladro di storie!)

5 min read

(di Davide Pappalardo)

Ergo: quel ladro di uno scribacchino solitario.

Trecentomila battute: ecco più o meno la lunghezza del mio ultimo romanzo, Buonasera (signorina).

Mettere una dopo l’altra le scene visualizzate nella mente, generare situazioni interessanti, dare un contesto, rendere credibili i dialoghi, dare un senso a quelle trecentomila battute o quantomeno provarci è qualcosa di davvero incredibile. Stai creando un mondo, dai vita ai tuoi personaggi, li fai agire e incontrare. E’ davvero meraviglioso ma spesso lo fai da solo. E’ vero, il romanzo è frutto di un lavoro collettivo, di confronto con la moglie, il marito, gli amici, i parenti, le persone di cui ci si fida, l’editore, ma la gran parte del percorso, soprattutto quello in salita, lo compi da solo, senza compagni di squadra pronti a passarti la borraccia o a incitarti.

Solo con te stesso, a riflettere, a combattere con i tuoi fantasmi o le tue aspirazioni. Spesso non puoi nemmeno voltarti indietro e al massimo riesci a vedere il copertone che macina metri sull’asfalto polveroso, ancora lontano dall’erta.

E questo vuol dire isolamento, voluto e dorato, ma pur sempre isolamento.

Non so quanto faccia bene a me. So che di tanto in tanto ne ho bisogno. Ho la necessità di accucciarmi nel mio giaciglio fatto di scrivania, computer, penna, matita e carta per appunti e crogiolarmi nel momento creativo. Terapeutico? Di sicuro necessario per me.

Magari non del tutto salutare visto che appartengo alla categoria dei timidi e chiudersi a riccio non aiuta a migliorare la socialità.

Il processo creativo che, ripeto, è qualcosa di splendido e inimmaginabile, sia che a farlo sia uno scribacchino come me oppure un gigante come Stephen King, significa anche uscire meno, frequentare meno gente (per fortuna io non ho l’esigenza di scrivere in continuazione e lo faccio solo quando ne ho davvero voglia) e anche isolarsi mentalmente quando si è con gli altri.

Magari, nel bel mezzo di una cena tra una portata e l’altra ti è venuta un’idea, hai trovato il legame che mancava, o peggio stai assorbendo quella situazione che riguarda amici cari e la riporterai, cambiandola naturalmente, nel tuo romanzo. E i presenti notano il tuo sguardo da allocco che risponde a stento alle domande e non partecipa alla discussione sulla finale persa da Bolt, o sullo sgombero del Labàs a Bologna (a proposito, avete visto che carognata?).

Intanto, tu magari nemmeno ti preoccupi di partecipare alla discussione, nemmeno ci pensi anzi. Perché di fatto sei un ladro e ti guardi in giro solo per rubare. E lo fai. Solitario, arrogante, peschi nelle vite degli altri e rielabori a tuo piacimento.

Poi ci sono le situazioni in cui è impossibile fare il solitario.

Il caso classico è rappresentato dalle presentazioni. Come rinunciarci? Io, che appartengo alla schiera dei timidi (nel campo della scrittura ho illustri predecessori, evito di elencarli per senso del pudore) qualche volta ne farei a meno. Poi partecipo con entusiasmo, perché come tutti quelli che scrivono sono un narcisista e, a volte, magari riesco pure ad essere un po’ simpatico e divertente. Chissà che per qualche circostanza fortunata durante le presentazioni non riesca persino, certamente di rado, a formulare qualcosa di interessante.

Per quanto mi riguarda, quello che dovevo dire l’ho già messo nero su bianco nel romanzo e di solito, nonostante l’isolamento, mi costa meno fatica che dirlo a voce.

Però devo ammettere che le presentazioni, per me, sono una festa per incontrare gli amici, vecchi e nuovi.

E magari durante la festa ti spiace quasi di aver utilizzato il vezzo di uno mischiandolo al tic di un altro, o preso gli occhi di questo e inseriti nella faccia ovale di quella.

Il problema è che finita la festa gabbato lo santo, riparti dimentico di amici, vecchi e nuovi, per tuffarti un’altra volta nell’isolamento della scrittura, subito pronto ad utilizzare le storie e caratteristiche personali che conosci già con altre che sono frutto della tua inventiva. E torni ad essere l’animale asociale/sociale, uno scribacchino ladro, solitario e tormentato.

da sempre appassionato di storiacce di bulli, pupe, pistole e delitti.
Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo, Milano Pastis (Nerocromo), e la raccolta di racconti La Versione di Mitridate (Zona Contemporanea), Buonasera (signorina), edito da Eclissi nel 2016, è il suo secondo romanzo. Siciliano, vive e lavora a Bologna.

 

[contact-form-7 404 "Non trovato"]

dariovillasanta

Related Posts

Dov’è finito il bello da trasmettere? Dialogo sull’arte con Ippolita Luzzo

Il senso di Marco per la ‘rece’, ovvero: cos’è e come va fatta una recensione secondo Marco Patrone

Lettera a Dostoevskij

Lettera a Dostoevskij

Che auguri potremmo darci? Massimiliano Santarossa lo ha scritto per noi

Che auguri potremmo darci? Massimiliano Santarossa lo ha scritto per noi

No Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.