Manzoni a scuola nel 2017? Più stupido che folle. Marco Proietti Mancini e l’arte di osservare la realtà.

Manzoni a scuola nel 2017? Più stupido che folle. Marco Proietti Mancini e l’arte di osservare la realtà.

13 min read

(di Dario Villasanta)

Osservatore preciso della realtà che lo circonda, non può tralasciare l’ironia Marco Proietti  Mancini.

Scrittore all’antica per molti versi, ma che non trascura i moderni canali WEB per raccontare la sua visione di quanto gli accade intorno, ho voluto contattare Marco per parlare in libertà di vari argomenti e, come mi aspettavo, l’ha fatto. Mente acuta, idee precise e, a tratti, impietose, come su Manzoni, gli intellettuali e i premi letterari, è un interlocutore che non delude.  Ma perché raccontarvelo? Leggete direttamente le sue parole.

Nella scrittura, l’ispirazione non esiste: è pura questione di spirito d’osservazione. È questa l’idea che mi sono fatto di Marco Proietti Mancini e del suo modo di intendere lo scrivere. È vera, o ho preso un grosso granchio?

Hai preso un granchio, ma non poi così grosso. Nella scrittura l’ispirazione è il cinquanta per cento della pulsione a scrivere, l’altra metà è l’osservazione del mondo e delle persone, dei caratteri, dei comportamenti, individuali e collettivi. La fusione di queste due componenti porta alla completezza di un testo che possa interessare qualcuno oltre lo scrivente. Una scrittura di pura ispirazione interiore risulta effimera, magari poetica, intima, ma rischia di essere poco comprensibile per chi sta dall’altra parte della pagina. Viceversa una scrittura di cronaca di osservazione può essere ottimo giornalismo, ma non può essere narrazione letteraria.
Le due cose però devono fondersi insieme e diventare una cosa sola. Poi ci vuole esperienza (ed errori), tecnica, abitudine all’ascolto delle voci degli altri.

Non hai avuto esordi facilissimi, ma alla fine sei approdato ad appoggi editoriali più confortanti. Oggi chi inizia ha più difficoltà, secondo te, o esistono più opportunità?

Anche qui non posso darti una risposta univoca e precisa. La sovrabbondanza di case editrici e di proposte di pubblicazione ha reso più facile pubblicare e fa credere a tanti di poter arrivare nelle librerie. In realtà questa stessa “facilità” di pubblicazione ha creato un ingorgo distributivo che di fatto ha provocato la polverizzazione di un mercato saturo e controllato e dominato da pochissimi grandi gruppi editoriali e ancora meno distributori, che in qualche modo decidono quale libro e quale autore debbano arrivare e avere successo.
Quindi chi inizia ha meno difficoltà iniziali, ma poi ne avrà moltissime anche dopo aver pubblicato. Io continuo a sostenere che le “scuole di scrittura” dovrebbero prevedere nel loro programma almeno un paio di lezioni introduttive alla realtà editoriale e a cosa significhi nella concretezza e non solo nell’espressione artistica, voler diventare uno scrittore.

Può essere vero, anche, che abbiamo troppi canali a disposizione senza saperli usare, o che ne abbiamo troppi in genere, a scapito della qualità? Parlo anche dei  Social, dei siti WEB ecc.

Ti rimando alla risposta precedente. I canali non sono mai troppi, ma riferendomi al mai abbastanza rimpianto Umberto Eco la proliferazione dei canali ha tolto persone che straparlavano nelle osterie per portarli nel mondo della rete, dove a fronte di qualche sberleffo questi disadattati nella vita reale possono considerarsi personaggi di successo.
La rete – in tutti i suoi canali – consente di spargere bufale, ipotesi di complotto, promesse di cure miracolose, dando la possibilità ai ciarlatani di trovare qualcuno che dia loro credito.
Non sono troppi i canali, sono poche le regole e i controlli. Se fingersi medico e spacciare per cure miracolose l’acqua fresca è un reato nella vita concreta, fisica, perché deve essere lecito farlo in rete? Vietare le speculazioni, le truffe, il diffondersi delle bufale nella rete non è censura. E’ logico e sano, socialmente.

Nei tuoi libri hai osservato vite in apparenza comuni, creando un pathòs che le ha rese speciali, tanto da pubblicarne dei libri (ricordiamo Da parte di padre, ad esempio). In un’epoca in cui chiunque ritiene interessante la sua vita tanto da scriverla, cantarla o altro, abbiamo di fronte un narcisismo spinto all’estremo o una grande opportunità per tutti? Voglio dire: i circoli chiusi come unica via di espressione artistica ci sono ancora,  ma meno che in passato o, quantomeno, superabili. Ma quanto dobbiamo considerare vanità l’arte, e quanto reale possibilità?

Ogni vita merita di essere raccontata se si è capaci (e non voglio affermare che io lo sia) di fare in modo che chi legge quel racconto possa riconoscersi, possa riconoscere in quei lineamenti narrati la storia di sé, della propria vita, famiglia, gente e attraverso questa storia capire l’importanza e il peso del singolo individuo nella storia collettiva. Ribaltare la prospettiva; un esercito al fronte non è una massa di uomini, ma di singoli individui che vive quell’esperienza collettiva in maniera ognuno unica.
Per fare questo è necessario unire alla narrazione dei fatti quella dei sentimenti, delle emozioni, che rendono riconoscibili le persone aldilà del loro essere personaggi di un romanzo.
La narrazione epica è stata importante. La narrazione minimalista anche. Adesso mi piace pensare si possa essere nella fase in cui attraverso ritratti minimi si disegni un affresco epico.
Per fare questo è necessario sottrarre ogni vanità, ogni egocentrismo, mettersi a disposizione dei personaggi del romanzo e permettere loro di esprimersi attraverso noi. Esattamente il contrario di quel che fa chi dice “io ho una vita che è un romanzo, voglio scriverlo”.

Si dice che i giovani non leggano, eppure ho dei dubbi. È così, o leggono solamente cose diverse dalla narrativa?

I giovani non leggono. O quantomeno leggono sempre meno rispetto a quanto non leggesse la mia generazione e poi quelle successive. I giovani non leggono perché sono bombardati da stimoli e forme di comunicazione diversa dalla lettura. I giovani guardano anche molta meno televisione generalista, e in generale meno televisione degli adulti. I giovani non leggono neanche tanti fumetti quanto li leggevamo noi cinquantenni ed è paradossale che un personaggio geniale come Zerocalcare sia letto più dagli adulti che dai suoi coetanei.
I giovani però – e qui è il paradosso – vogliono scrivere. Nei laboratori con gli studenti chiedo sempre ai ragazzi: “alzino la mano quelli che leggono” e poi “alzino la mano quelli che scrivono” e i secondi sono sempre di più.

Le scuole che ruolo hanno in tutto questo? E come potrebbero rendere davvero più vicini i ragazzi ai libri?

Smetterla di far considerare i romanzi e la letteratura come un “compito”. Come un obbligo scolastico. Smetterla di usare la letteratura come paradigma di “dovete sapere cosa c’è scritto nei romanzi importanti, per conoscere l’italiano”.
L’italiano è grammatica, sintassi, ortografia, regole, precetti. Va bene impararli per bene.
Ma poi bisognerebbe prevedere ore di lettura ad alta voce e recitazione. Perché i romanzi nelle antologie sì e la recitazione delle opere no? Facciamo in modo che i ragazzi si divertano a leggere, prima insieme e poi da soli. Facciamoli appassionare alla parte divertente della letteratura, la fantasia, le iperboli, le risate.
Perché la fantascienza, i noir, la letteratura umoristica sono esclusi dai programmi? Vanno letti, vanno veicolati nella maniera giusta. Pensare che un ragazzo si appassioni alla lettura attraverso Manzoni nel 2017 è peggio che folle. E’ stupido.

Permettimi una provocazione: anni fa, un giornalista (Sabelli Fioretti credo, ma non ci giurerei) rimarcava che i politici (erano gli anni ‘80/’90) non leggevano mai un libro, semmai lo ‘rileggevano’. Noto a volte che questo vezzo persiste tra i cosiddetti intellettuali. Ma gli intellettuali esistono davvero oggi (e soprattutto: l’hai notata anche tu questa particolarità, o è una monomania mia personale)?

Esistono esistono, tromboneggiano e pontificano, affermano verità assolute e apodittiche, gigioneggiano come istrioni e dall’alto della loro “fatica intellettuale” spernacchiano la letteratura popolare. E intanto che loro volteggiano nel loro empireo di dottissime citazioni e conoscenze, la gente si stanca di ascoltarli e pensa che la lettura sia una incommensurabile rottura di palle.
Che poi vorrei vedere cosa leggono questi intellettuali miei colleghi, quando sono seduti sulla tazza.

Forse scrivono su Facebook cosa hanno ‘riletto’…

Ma no, probabilmente scrivono quello che gli ispira il momento, l’istante. Così si spiegherebbero molte delle cose che si leggono e che – a volte – fanno cadere letteralmente le braccia.

Da osservatore attento della realtà che ti circonda, hai una predilezione per vite che hanno subito brusche battute d’arresto. Che è poi la vita di ognuno di noi. Credi sia stata compresa in pieno questa tua attitudine, o che il lettore preferisca svagarsi anziché conoscere altri drammi, oltre quelli che già vive?

Questa storia del “lettore che si vuole svagare” è esattamente quello che mi disse un importante agenzia letteraria come valutazione del mio “La terapia del dolore”.
In pratica siamo circondati, da un lato gli intellettuali di cui sopra, che sono quelli che al cinema concepiscono solo i film iraniani in lingua originale (che tanto in tutto il film si diranno cento parole) con sottotitoli in uzbeco, campi lunghi e riprese interminabili, primi piani su volti immobili. Dall’altro le agenzie e alcuni editori che per vendere copie sono disposti a vendere libri con le pagine in bianco, con la premessa “le riempirete voi con le vostre idee!”. Perché il lettore si vuole svagare, non legge per soffrire, ma per rilassarsi.
E intanto i lettori, quelli veri, sono sempre più confusi e storditi.

Dimmi la tua sui premi letterari. Pilotano davvero le scelte dei lettori?

Ma io credo – Dario – di aver risposto a questa domanda in tutte le risposte che ti ho già dato. C’è un enorme e intricato complesso di fattori contrastanti, di dinamiche commerciali e intellettuali che spingono e tirano in direzioni opposte.
Riguardo ai premi letterari, ma è così in tutti i settori, in tutti i campi. E ultimamente anche i premi letterari hanno perso la loro importanza rispetto al mercato. Per tutti i motivi di cui sopra, il lettore – sempre quello vero – è confuso e disorientato da tutte queste sirene che lo vogliono convincere che quel libro è il libro che cambierà il mondo o almeno la sua vita. Figurati se il lettore si fa condizionare dal premio Strega o dal Campiello. Semmai – quello sì – il non lettore che sono la maggioranza si farà condizionare dal libro che troverà esposto alla cassa dell’Autogrill sull’autostrada delle vacanze.
Ecco, quello è il vero premio letterario, quella è la vera forza di pilotare il mercato. Riuscire a farsi piazzare accanto alle gomme da masticare vicino alla cassa dell’Autogrill.

Ultima domanda: cosa non faresti mai leggere neppure ad Achille (il suo fedele quattro zampe, ndDario)?

Achille? Forse ad Achille non farei leggere l’iliade. Sai com’è, gli va bene per tutto il romanzo, ma alla fine l’eroe muore e non vorrei che si impressionasse troppo.

Preserviamo allora il tenero Achille, e salutiamo Marco Proietti Mancini con un augurio, a questo punto: di vincere il ‘Premio Autogrill’, anche solo per diventare ricco. (Poi però ricordati degli amici, d’accordo? NdDario).

Chi è Marco Proietti Mancini:

nato a Roma nel 1961, nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo – “Da parte di Padre” – successivamente pubblicato in una nuova edizione eBook a ottobre 2013 da “Edizioni della Sera”. Rieditato nuovamente in cartaceo a settembre 2015.

A settembre 2012 è uscita la raccolta di racconti “Roma per sempre” (Edizioni della sera) e a ottobre 2012 il libro fotografico “Roma, Caput mundi?”  un volume a tiratura limitata e distribuzione privata pubblicato per beneficenza, di cui ha curato i testi. A gennaio 2013  seconda edizione di “Roma per sempre” con l’aggiunta di altri racconti.

Nel marzo 2013 con il racconto “Ciao mamma” ha partecipato all’antologia “NESSUNA PIU’ ” (Elliot Edizioni) curata da Marilù Oliva; quaranta autori italiani hanno scritto storie di femminicidio  – i proventi delle vendite del libro sono stati destinati al Telefono Rosa. Nello stesso mese di marzo 2013 è uscito il suo secondo romanzo – “Gli anni belli” (Edizioni della Sera).

A settembre 2014 è uscito il suo terzo romanzo “Oltre gli occhi” – con l’editore “Giubilei Regnani”, a dicembre 2014 la raccolta di tre racconti lunghi “Storiacce Romane” (Historica Edizioni) che contiene il suo “Mi chiamo Antilope”.

A settembre 2015 è uscito il romanzo “Il coraggio delle madri” (Edizioni della Sera) che prosegue il ciclo iniziato con “Da parte di Padre” e “Gli anni belli”.

Ha curato la raccolta di racconti illustrati “Romani per sempre” (AAVV) per il Marchio Editoriale Roma per Sempre, pubblicata a dicembre 2015.

Il suo ultimo romanzo è uscito a settembre 2016 per Historica Edizioni e si intitola “La terapia del dolore”.

Da maggio 2013 fa parte della giuria  del concorso letterario “Città di Subiaco” in occasione della manifestazione “Fieramente il libro”; esperienza replicata nel 2014, 2015 e 2016 come componente della Giuria Tecnica di selezione delle opere.

Alcuni suoi racconti sono presenti in varie antologie e raccolte. Suoi articoli e recensioni sono presenti sui portali Cultora.it e Liberarti.it

Sito: Marco Proietti Mancini

dariovillasanta

Related Posts

Dov’è finito il bello da trasmettere? Dialogo sull’arte con Ippolita Luzzo

Il senso di Marco per la ‘rece’, ovvero: cos’è e come va fatta una recensione secondo Marco Patrone

Lettera a Dostoevskij

Lettera a Dostoevskij

Che auguri potremmo darci? Massimiliano Santarossa lo ha scritto per noi

Che auguri potremmo darci? Massimiliano Santarossa lo ha scritto per noi

No Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.