La Sicilia e il suo doppio. La rivoluzione ‘vecchio stampo’ secondo Alberto Minnella.

La Sicilia e il suo doppio. La rivoluzione ‘vecchio stampo’ secondo Alberto Minnella.

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(di Dario Villasanta)

Tra sicilianità e riti personali di vecchio stampo (sigari vicino al PC, personaggi e storie ambientati in decenni già lontani) Alberto Minnella  fa del suo old-style una forma di rivoluzione.  Strano, vero? Eppure ha un suo perché. Il come, ve lo spiega lui.

Alberto, ma tu sei davvero vivente negli anni duemila, o ti senti teletrasportato da un secolo fa? Dai tuoi libri, oltre che dal tuo personale modo di vivere, pensare e ragionare, viene spontanea questa domanda. Ora confessa: da che secolo arrivi?

Sono un uomo assolutamente contemporaneo. Adoro la tecnologia e gli effetti speciali al cinema. Tuttavia sono piuttosto lento, sono un diesel. Ho i tempi di un bradipo e questo mi stacca dalla contemporaneità. Non mi interessa il mondo visto come un prodotto da incartare, vendere e poi basta, finito tutto. Ma non sono l’unico a pensarla così (per fortuna) quindi, quando incontro qualcuno che mi accompagna piano piano in questo ragionamento, mi sento di nuovo contemporaneo. Naturalmente la mia domanda precedente era, innanzitutto, un complimento (perché gli uomini ‘di altri tempi’ erano più galanti e leali) ma, volendo provocarti, anche un quesito sul fatto che tu sia uno dei disadattati di questo mondo (tipo me, NdDario). Ti senti in qualche modo un disadattato?

Sempre e costantemente disadattato. Procedo per il mondo con scomposto disagio.

Chi vedi davvero come disadattati nel mondo odierno? I giovani con cellulare sempre in mano, o chi ancora litiga per una politica che non esiste più, o cosa (anzi: chi?).

I ragazzi con il cellulare sempre in mano hanno il diritto di vivere il loro tempo per come glielo si è dato. Il loro mondo, come il mio, è oggi tecnologico. Però sognano, si disperano, sbagliano e si amano esattamente come lo facevo io vent’anni fa. Il problema, semmai, è dei padri che hanno saputo lasciare prevalentemente armi di distrazione perenne. Il disagio non è che un’eredità. Però esiste, per tutti, la possibilità di riscattarsi. L’arte, per chi la mastica, sa dare un grande sollievo.  

Non sono i tuoi libri ambientati negli anni ’60 ad avermi colpito, piuttosto i loro personaggi che assomigliano molto, forse troppo, a figure che incontriamo quotidianamente anche oggi in Sicilia. Eppure è cambiato molto anche lì nella tua terra (dove anch’io ho vissuto) pur tenendo strette certe figure. È davvero, la Sicilia, come quella di Tomasi da Lampedusa dove ‘tutto cambia perché nulla cambi’? E, se sì, perché?

A proposito di contemporaneità, posso dire per certo che prima degli anni ottanta non ero nato e i racconti sulla Sicilia che mi ha preceduto sono sempre stati scostanti e diversi. L’unica cosa che non è mai cambiata è la citazione gattopardesca che a me pare essere più una consolazione per il continuo fallimento che una considerazione per un dato di fatto. Il pessimismo che ci contraddistingue non è che mera constatazione dei fatti. Una immobilità infinita. Io ho provato a giocarci un po’, a prendere in giro il mio protagonista, anche lui apparentemente gattopardesco, ma che per fortuna commette così tante minchiate da smuovere il suo mondo e prendere una decisione che sia una rivoluzione. 

Sono molto curioso di capire una cosa. Tipo: come una persona introversa, gelosa della sua solitudine come te si sia messa in gioco, mandando manoscritti agli editori e, di conseguenza, diventare scrittore professionista. Va bene, hai avuto ‘culo’ incontrando gente come i Frilli, ma come hai iniziato ad avere coraggio, anzi voglia di esporre qualcosa di così intimo come la tua scrittura?

Non sono una persona introversa, ma riservata. Non sono geloso della mia solitudine, perché casa mia è parecchio popolata. Mi piace tanto, invece, stare fra la gente, fare casino, così che a un certo punto possa fuggire. Detesto stare da solo, ma adoro isolarmi. Vale lo stesso per la scrittura e la pubblicazione. Ho avuto molta fortuna nell’incontrare l’affetto di Casa Frilli e il coraggio è più loro che non si stancano di starmi dietro e aspettare i miei tempi biblici.

Mettersi in gioco scrivendo, gioco in cui le tue parole restano su carta e non puoi mica tornare indietro e dire ‘ mi sono sbagliato’, nell’era dei social, non è affatto semplice a livello umano. A parte gli incoscienti, che lo fanno e basta, cosa pensi dei giovani di talento che trovano così tanti ostacoli nell’essere considerati bravi? E dico bravi, non famosi, altrimenti bastano i talent-shows. L’ambiente editoriale di oggi, non intimidisce o scoraggia tanti talenti?

Non so rispondere a questa domanda. So che gli ostacoli ci sono sempre stati, per tutti. La fama è una febbre mortale e il diventare bravi dipende dal proprio talento, dall’applicazione e dal tenere la testa bassa sui libri e leggerli. Parafrasando Hugo, il successo fa parecchio schifo e la sua falsa somiglianza con il merito inganna gli uomini. La bravura spesso è confusa con la fama e questo è un problema per chi vuole fare questo mestiere. Io sto ancora cercando di essere un lettore preparato. Mi impegno soprattutto in questo. Lo scrivere non è che un divertimento. Ho di te, dopo averti conosciuto di persona, l’idea di un individuo indipendente come un gatto. Hai mai pensato al self-publishing (non a pagamento, ovvio) solo per poter ‘essere tutto tuo’ per il cuore che metti nei libri? Perché ne sono intrisi, in ogni parola.

Non lo potrei mai fare. È fondamentale che qualcuno legga il tuo romanzo, ti chiami e ti dica che sta mettendo le mani nelle sue tasche per produrti il lavoro, perché è sacrosanto che, oltre a te, ci debba essere qualcuno del mestiere pronto a rischiare di suo nella storia che gli hai raccontato. Fondamentale. La Sicilia cova una mentalità indipendentista: ci si sente prima siciliani, dopo (forse) italiani. Quanto andrà avanti questo modo di pensare, e tu lo abbracci? Soprattutto: Garibaldi a parte, cosa ‘stacca’ così tanto la regione dal resto d’Italia culturalmente?

Sono un italiano che è nato e vive in Sicilia. Questo fatto si trascina le sue conseguenze, ma non fa di ma un siciliano e basta. Ho la fortuna di essere tante cose e tante persone mi abitano. Per quanto riguarda Garibaldi… sono dei discreti sigari, buoni anche sbriciolati in pipa.

Quale libro ti ha segnato in gioventù e perché? (Attento: potrei chiederti di scriverne un pezzo, ndDario!)

“Il nome della rosa” mi ha segnato parecchio, perché fino ai miei vent’anni non sono mai riuscito a digerirlo.

Se c’è un tema importante, culturale di attualità o sull’editoria, che ti sta a cuore e nessuno te l’ha mai chiesto, facci un tuo sermone ora o mai più: ti offro lo spazio volentieri. Poi giuro che dico Amen.

Se nessuno me lo ha mai chiesto, ci sarà un motivo.

E se tu non ti esponi, ce ne sarà altrettanto uno. Lascio che te lo serba caro.

Grazie Alberto, e se vuoi parlarci della tua ‘digestione’ de ‘Il nome della rosa’ ti aspetto ghiotto. P.S. sai che Loriano Macchiavelli ne ha scritto un seguito tutto suo (La rosa e il suo doppio, ndDario) in cui il colpevole non è l’abate Jorge? Spero non ti destabilizzi, a presto!

Chi è Alberto Minnella:

è nato ad Agrigento il 12 novembre 1985, ha lavorato come cronista per il “Giornale di Sicilia” e il “Corriere di Sicilia”. Ha studiato musica moderna a Parigi all’Accademia di batteria Dante Agostini. Ha pubblicato con Fratelli Frilli Editori il suo romanzo d’esordio Il gioco delle sette pietre (2013), Una mala jurnata per Portanova (2015) e Portanova e il cadavere del prete (2016) ambientati nella nostalgica Siracusa degli anni sessanta e con protagonista il malinconico commissario di polizia Paolo Portanova.

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dariovillasanta

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