Ma lo scrittore è un benefattore? Il pensiero di Massimiliano Santarossa.

Ma lo scrittore è un benefattore? Il pensiero di Massimiliano Santarossa.

14 min read

(di Dario Villasanta)

maxmetropoli
Foto: Donata Cucchi

Mai una parola di troppo, mai una di meno. È con tale concetto che identifico Massimiliano Santarossa, che in questo stile unico (almeno per me) riesce a dire tutto e andare anche oltre.

Uno scrittore schivo, da friulano poco avvezzo a carezze di modo che imperversano tra gli scrittori e, più in generale, nel mondo cosiddetto ‘culturale’. Lui la Cultura la sa, la conosce, la fa e soprattutto la difende. Dopo l’ottavo romanzo (Padania) che definire di denuncia è poco, ha annunciato l’addio alla scrittura per non ben precisati motivi. Dopodiché ha dovuto fare dietrofront, non ce l’ha fatta: ha ricominciato a scrivere. Per cui mi sono chiesto, pur avendo già qualche mia personale idea, cosa potesse indurre al ritiro dalle scene uno scrittore di così cristallino talento, per quanto poi ‘ravveduto’.

Max, non è la prima volta che ci confrontiamo, ma questa per me confesso che è la più difficile. Faccio finta di iniziare con una domanda banale: perché uno scrittore, cresciuto come uomo da e con la scrittura, decide di dire ‘basta’?

In parte per stanchezza: venti anni di scrittura, pubblicazioni e svariati tour in giro per l’Italia mi avevano sfinito; ma soprattutto per aver esaurito le storie, le voci, le visioni del mondo conosciuto, della periferia che è stata casa, prima umana, e solo dopo letteraria. Avendo scritto in otto romanzi tutto ciò che conoscevo direttamente, è venuto naturale, forse anche necessario, smettere. E così è stato per quasi due anni, nei quali ho letto, osservato, camminato e ascoltato, senza scrivere niente di niente, nemmeno una riga. Tuttavia, nel tempo, si è aperta una strada letteraria ai miei occhi inesplorata, inedita. Che seguirò.

Quando hai deciso di smettere, cosa pensavi di poter dare a quel mondo ‘ai margini’ di cui hai sempre scritto nei tuoi romanzi?

Nulla. Sono uno scrittore. Non un benefattore. Il mio compito è lasciare memoria di ciò che accade, solo questo. Se mi ponessi altri obiettivi, per quanto nobili, verrebbe meno la lucidità e la necessaria distanza che la scrittura pretende. Non si scrive se si è buoni samaritani, tantomeno se si è impegnati in altro. Ciò che onestamente posso fare è tenere presente che se la “grande storia” racconta sempre le gesta dei potenti, la letteratura può invece decidere di salvare la memoria degli “ultimi”, dei “diversi”, degli oppressi dalla storia e nella storia. Sono in grado di fare questo. E basta.

Ora però, infatti, hai ripreso la penna in mano. Perché, così hai detto, quando hai certe cose in testa te ne devi liberare, non puoi farne a meno altrimenti si sta male. Ho inteso bene? E, se sì, cosa non riesci a tacere dentro di te?

No. In verità io sto benissimo senza scrivere, non metto in atto la storia dello scrittore che si aggrappa alla scrittura come mezzo di salvezza o per scaricare pesi. Anzi. Quando non scrivo me ne vado in giro, pure con una certa allegria di fondo, che ho sempre avuto, fin da bambino, per quanto la vita abbia tentato di togliermela dai primi anni. E quando invece scrivo, lo faccio semplicemente perché è l’unica cosa che so fare. Detto questo, non riesco a tacere l’impegno, che fa diventare la scrittura un atto politico, nel mio caso dentro una visione marxista della realtà. E posso dire, con un certo orgoglio, che scrivo solo dopo aver letto e studiato a fondo ogni dettaglio della storia che intendo rappresentare. Per quanto la storia narrata sia circoscritta, non sottovaluto mai niente del contorno più ampio della società, dell’economia, della finanza, del caos e della tragedia che investe quella storia: quindi noi. Per fare questo ho anche bisogno di andare nei luoghi. In sostanza: non riesco ad affrontare con leggerezza un romanzo. Lo vivo come un impegno assoluto.

L’Italia di oggi non te la devo certo ricordare io. Tu hai sempre posto l’accento sull’umanità delle persone, tramite e con la cultura. Dove e come non si può ancora salvare la speranza di incontrare umanità?

È una domanda complessa la tua, che richiama ciò che ho precedentemente detto. Non incontro persone né ho gruppi di appartenenza, per cui sto sostanzialmente al mio posto, da solo, sono riservato e, forse, per natura, anche distante dalle persone, quindi non ho modo di vedere “umanità”, e a dirla tutta, gli eventi vicini o lontani stanno lì a dimostrare la sostanziale carenza di “umanità”. Pertanto ti rispondo che il mio rapporto con la società è di osservazione, un continuo guardare, ascoltare, sentire. E solo dopo scrivere. E per scrivere, lo ribadisco, è necessaria una certa distanza, per mettere a fuoco ciò che avviene nel mondo.

Noi apparteniamo alla generazione dei ’70, in cui ci hanno inculcato valori e idee che non sempre sono riusciti, o non hanno voluto, portare avanti. I nostri padri erano quelli del ’68: prima la carriera e il lavoro, la sicurezza economica, poi il resto (famiglia compresa). Oggi, grazie a questo, milioni di donne sono single a quarant’anni con figli piccoli. Non parliamo dei padri, completamente spiazzati da tutto (crisi, divorzi, ecc.). Io però vedo nei giovani più voglia di famiglia: tu invece come inquadri questa situazione?

Non sono un sociologo, sinceramente servirebbe uno spazio enorme solo iniziare ad affrontare tale argomento. Banalizzando all’estremo la questione, sappiamo che il concetto di “famiglia” si rafforza sempre nei momenti complessi, di guerra, di crisi economica, di caduta del “sogno” del futuro, è lì che si torna alla famiglia, come alla religione, per bisogno, sempre e unicamente per bisogno decretato da paure. Viceversa, tra il 1955 e il 1965 l’Italia fu il paese con il maggior sviluppo economico in Europa, Fiat e Zanussi a livello industriale, Traforo del Monte Bianco e Autostrada del Sole a livello ingegneristico e infrastrutturale, e attorno la miriade di opere giganti o minori, le costellazioni di nuovi centri industriali lungo l’asse Trieste-Milano-Torino, tutto ciò portò il nostro Paese a un tale “boom economico” che fu definito “miracolo” da tutte le altre nazioni; era pertanto particolarmente facile immaginare un futuro radioso, quindi il venir meno di tradizioni, abitudini, nuclei famigliari e usanze religiose. Poi, però, già dalla prima crisi petrolifera ed energetica del 1973, i seguenti anni di piombo e le crisi del debito pubblico e politiche, le crescenti tensioni internazionali, si fece un brusco passo indietro, e così avviene nuovamente oggi, cioè si torna sempre alle sicurezze famigliari, in ogni momento di “paura del futuro”, in attesa del prossimo cambiamento. Ecco uno dei famosi corsi e ricorsi storici. Siamo animali poco evoluti, con una memoria eccessivamente breve.

Ai giovani che supporto manca per diventare persone più umane che efficienti?

Ai giovani, come ai vecchi, come in genere all’essere umano, manca sostanzialmente il cervello. O meglio: la voglia di usarlo. Dall’ignoranza viene la fine dell’illuminismo e l’epoca atroce che stiamo attraversando. Quando è insufficiente l’uso del cervello si atrofizza subito il cuore.

Ho avuto modo di incontrare, artisticamente e umanamente, la dura bellezza nella poesia di  David Maria Turoldo, tuo corregionale che ammiri e di cui ti onori nell’aver curato sue edizioni di recente. Il primo ricordo che ho di lui è quando recitai ‘Dio, perfino i bambini!’. Erano anni di guerra in Iraq. Tu cosa hai assorbito da lui, o ti piace pensare di averlo fatto?

Non ho conosciuto Padre Turoldo personalmente, tuttavia ho avuto la fortuna di lavorare a tre suoi “testi friulani”. Ci sono tre figure fondamentali della cultura friulana del Novecento, Pier Paolo Pasolini, David Maria Turoldo e Tito Maniacco. Tutti e tre hanno consegnato alle generazioni attuali di scrittori, artisti e intellettuali il principio fondamentale che “la povertà non è un peccato”. Lì trae origine la loro opera. E lì sta il punto di partenza di ciò che ho scritto e che sto scrivendo.

Sei legato con forza alla tua terra, al suo bene e al suo male. Abbiamo visto il Friuli risollevarsi con orgoglio dal terremoto del 1976, abbiamo conosciuto tutti il carattere scorbutico dei friulani, abbiamo tutti ancora sulla pelle i massacri della Grande Guerra che lì è ancora viva. È una terra dura, da sempre. E i Friulani, come i Veneti, erano contadini migranti che anche nel Varesotto erano chiamati ‘i terroni del Nord’. Dalla cultura contadina, alla borghesia di ora, forse c’è un passo che manca: la cultura. Eppure gridano all’indipendenza già da ragazzini, quando il nord-est imprenditoriale è stato costruito sul lavoro di migliaia di nordafricani e migranti in genere. Cosa mi sfugge?

Ci sono molte differenze tra friulani e veneti, e a metà, tra i fiumi Tagliamento e Livenza, esiste anche un mondo di mezzo, dove la lingua si mescolava e così le abitudini contadine. Erano le due regioni, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, tra le più arretrate d’Italia, e il Friuli ancor di più. In molte zone pedemontane e della pianura profonda, quella contadina, si viveva in villaggi più che in città, almeno fino agli anni Cinquanta. Esempio in Friuli, più che altrove, l’emigrazione è stata il metodo più usato dal “Potere” per gestire le crisi e la povertà, l’invito ad andarsene era la maniera più facile e veloce per superare in qualche modo i secolari ritardi sociali portati del feudalesimo, in una terra dura e avara e di enormi problemi dovuti a invasioni, carestie, due Guerre mondiali, etc. Difficile uscire da secoli e secoli del genere, dove si è stati dominati dai Veneziani, dagli Austriaci, poi dagli Italiani (che erano sconosciuti quanto i primi), e nella storia invasi dai Turchi, dai Tedeschi, dai Cosacchi, acquisendo umanamente modi e caratteristiche solari. Il Dna dei popoli porta in sé l’eredità parentale ma anche quella sociale, cioè le abitudini e le paure di popolo, quindi ciò che sulla propria terra è passato. Ora, però, tutto questo è “storia”. Chi ha quindici, venti anni, oggi, rappresenta la prima generazione a fondo globalizzata. Raramente si riscontrano differenze tra i ragazzi friulani o italiani o occidentali. Fanno tutti parte del “mondo nuovo”, che vediamo là di fuori e dentro i social network. Mi preoccupa molto in quanto padre, ma non mi interessa nulla in quanto scrittore. Io sono un figlio del Novecento, del “Secolo breve”, e lì rimango.

Parlando sempre del ‘male degli uomini sugli uomini’ (cit. tua) non credi di portare più pessimismo e rassegnazione che incoraggiamento? D’altronde, le persone hanno necessità di essere anche stimolate. Non dico con dei ‘lieto fine’, ma insomma…

Quando uno scrittore dà vita a un romanzo, l’unica pratica di onestà che gli compete è il rispetto per la scrittura in sé, cioè liberare la scrittura da condizionamenti esterni, non chiedersi mai cosa un lettore desidera. Lì vi è l’onestà dell’arte.

Ultima domanda. Hai unito teatro e letteratura, cosa che in pochi vedono collegata. Cos’hai imparato da tutta la tua esperienza dagli inizi fino a oggi?

In verità ho unito il cantautorato alla letteratura. Le canzoni di Pablo Perissinotto raccontano un Friuli e un Veneto che sono quelli miei e così i miei romanzi raccontano una terra che è sua. Abbiamo messo assieme due modi artistici di narrare, abbiamo provato ad amalgamarli più che a sommarli, per trarne un’unica voce. Ho, forse, in quel tour di dieci teatri, imparato ad avere un miglior rapporto con i lettori, venuti in centinaia e centinaia a ogni serata. Ho imparato ad ascoltare i loro “grazie”. Da scrittore ho sempre faticato ad accettare la cortesia e gentilezza dei lettori. Evidentemente gli anni mi hanno reso vulnerabile.

Vi avevo ben detto che mi sarebbe stata difficile questa intervista. Lo confermo, e il motivo è: no, caro Max, non sono d’accordo con te. Non sui giovani che non hanno voglia di usare il cervello, non sulla voglia di famiglia che nasce solo dai periodi critici e, scusami, neppure su chi scrive la nostra realtà fedelmente, come te, dura e apocalittica, ma è solo uno scrittore e non un benefattore. Troppo comodo! No, caro, Max, chi ci apre gli occhi su quanto abbiamo intorno deve prendersi la sua responsabilità. Quella di chi, volente o nolente, porta un bene o un male alla società che gli sta intorno. E, in fondo, a cuore.

Chi è Massimiliano Santarossa :

nato nel 1974 a Villanova (Pordenone), è considerato uno dei maggiori scrittori del nuovo realismo italiano. Ha pubblicato i libri “Storie dal fondo”, “Gioventù d’asfalto” e “Padania” per Edizioni Biblioteca dell’Immagine; “Viaggio nella notte” e “Il male” per Hacca Edizioni; “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?”, “Cosa succede in città” e “Metropoli” per Baldini&Castoldi. Per il teatro ha scritto “Solitari, padani, umani?”. Collabora con i quotidiani veneti e friulani del Gruppo l’Espresso.

[polldaddy poll=9957935]

 

[contact-form-7 404 "Non trovato"]

 

 

dariovillasanta

Related Posts

Dov’è finito il bello da trasmettere? Dialogo sull’arte con Ippolita Luzzo

Il senso di Marco per la ‘rece’, ovvero: cos’è e come va fatta una recensione secondo Marco Patrone

Lettera a Dostoevskij

Lettera a Dostoevskij

Che auguri potremmo darci? Massimiliano Santarossa lo ha scritto per noi

Che auguri potremmo darci? Massimiliano Santarossa lo ha scritto per noi

No Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.