La paura che non vedi? è quella ‘nell’anima’. L’ultimo romanzo di Valerio Varesi

La paura che non vedi? è quella ‘nell’anima’. L’ultimo romanzo di Valerio Varesi

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(Di Dario Villasanta)

“La paura non trova mai scarpe adatte”, recita un vecchio detto dell’Appennino parmense. Cosa vorrà dire, è raccontato in modo superbo nell’ultimo romanzo di Valerio Varesi La paura nell’anima (ed. Frassinelli), liberamente ispirato alla vicenda di Igor il russo che infiammò per mesi le cronache del 2017, specie quelle locali, con la caccia all’uomo che tenne col fiato sospeso una terrorizzata Emilia Romagna.

Premessa: questa è stata la prima volta in cui ho assistito alla ‘gestazione’ di un romanzo pur senza saperlo. Incontrai infatti Valerio l’anno scorso ed chiacchierammo della vicenda, che all’epoca monopolizzava le conversazioni nei bar e nelle famiglie qui a Bologna, e avemmo modo di confrontarci sul tema dietro mie curiose domande al Varesi giornalista. Non riferirò ovviamente la conversazione, ma devo dire che più di un particolare in questo suo romanzo mi ha sorpreso.

Protagonista della storia dell’autore torinese e parmense d’adozione, nonché giornalista di Repubblica, è l’ormai noto commissario Soneri, conosciuto anche tramite le fiction Rai ‘Nebbie e delitti’di qualche anno fa.

Lui, l’investigatore ligio al dovere ma disilluso, che trasforma ogni indagine poliziesca in un viaggio nel carattere di un Paese che cambia, con le sue contraddizioni, attraverso le vicende umane di un popolo spaccato e, sovente, di categorie sociali ignorate dallo Stato oltre che dai loro simili, ci offre come sempre un’interpretazione profonda di come una vicenda, in questo caso quella del russo, viene percepita dalle persone comuni e di come a volte le cambia per sempre.

In una città – Bologna – segnata profondamente dalla bomba in stazione del 1980 e dal dramma della Uno bianca nei ’90, Varesi ci avverte che Igor ha significato un altro salto nel buio di una popolazione, un tempo rinomata per accoglienza e giovialità, oggi invece marchiata a fuoco dalle paure che tali avvenimenti hanno generato o, ancor peggio, sono salite a galla dal profondo di ognuno di  noi, perché a volte la paura ‘ti nasce dentro’. Non serve infatti ricordare che la percezione di quei mesi del 2017 era che il killer potesse sbucare all’improvviso in casa di chiunque, con tutto quello che comportava.

Varesi ha scelto come ambientazione un paesino tra le montagne, ricreando il microcosmo tipico dei piccoli centri con i loro personaggi tipici e dei delicati equilibri su cui si reggono quelle piccole comunità, salvo poi saltare completamente quando nell’ingranaggio si incastra un elemento che lo inceppa (un killer in fuga appunto) mandando in tilt ogni parametro su cui si regge la vita ‘normale’.

Il linguaggio dello scrittore torinese è per tutti, inteso non come elementare e povero di picchi stilistici, bensì alto nel suo complesso di sfumature, ma talmente pulito e mirato da rendere improvvisamente chiare anche le riflessioni meno scontate, quelle del suo Soneri quanto quelle dei singoli paesani cui dà voce attraverso fitti dialoghi, oltre che con descrizioni cucite su misura per ogni singola figura. Un Soneri che in più trovo cambiato, cresciuto e sempre più consapevole, abbandonate le ombre del passato dei primi romanzi ora ci troviamo al cospetto di un personaggio completo che dà il meglio di sé come uomo, come parte della coscienza civile di come dovrebbe essere quella di un uomo d’ordine di una nazione come l’Italia. Tale crescita si intuisce come la medesima del Valerio Varesi uomo e giornalista, che sa prendere le misure alla società che ha intorno pesandone colpe e virtù, senza cadere in facili vittimismi tipici di chi invece crea personaggi arresi di fronte a una civiltà che ‘tanto è troppo forte, inutile combattere’. No, Soneri e Varesi qui per me si tangono e formano il carattere, complesso e solido, dell’italiano che sa di pagare colpe che non ha, senza però abbandonarsi al fatalismo e, anzi,  conscio del potere – e dovere – che ha ogni cittadino di migliorare sia sé stesso e quanto lo circonda.

Abbandonati quindi gli istrionismi linguistici de ‘Lo stato di ebbrezza’, in cui Varesi si era prodotto in una sorta di argot alla Céline, ecco il nuovo poliziesco con una maturità tecnica che a mio parere è, se possibile, ancora più solida e concreta di prima, con una storia che affascina e tiene legati alla lettura come per una saga di paese, ma con tanta raffinatezza in più, spesso aiutata da misurate iniezioni di delicatezza nel maneggiare le vite complesse e fragili di quelle persone che lui descrive nel libro, ma spietatamente reali come quelle di tutti noi.

In conclusione, una lettura che ho trovato paradossalmente confortante nonostante tutto, perché se, ad esempio, Lo stato di ebbrezza poteva assomigliare a un calcio nella pancia delle coscienze di tutti noi, La paura nell’anima è una carezza su una ferita ancora aperta perché – e forse l’ho vista solo io – in fondo, nonostante l’abbandono anche degli ultimi ricordi felici, sotto la cenere brucia ancora la speranza dell’uomo nell’uomo.

 

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dariovillasanta

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