Esiste un’etica per parlare di crimini in TV? La risposta di Matteo Bortolotti

Esiste un’etica per parlare di crimini in TV? La risposta di Matteo Bortolotti

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(Contributo di MATTEO BORTOLOTTI per #PAURASOTTOLAPELLE2)

Perché uno scrittore di gialli dovrebbe parlare di cronaca nera in televisione? Perché bisognerebbe poi parlare di cronaca nera? Non siamo forse arrivati al limite di sopportazione della spettacolarizzazione del dramma? Non rischiamo di trattare la cronaca nera come il calcio, di finire per rivedere la moviola dell’omicidio davanti allo schermo televisivo?

Dicono che fosse Churchill l’autore della celebre battuta riguardo agli italiani, che trattano la guerra come il calcio e viceversa.

Come sceneggiatore (e anche come giallista) io vivo per lo più di due domande.

No, queste domande non sono né “chi è stato?” né “cosa l’ha ucciso?”

Assolutamente no.

Queste sono eventualmente risultati di un ragionamento che parte sempre da altro, da queste due domande: “perché è accaduto questo fatto?” e da “come è potuto accadere?”

Non chi, non cosa. A questo arriveremo dopo, perché di fatto queste ultime domande comprendono le prime.

Dunque, perché un giallista dovrebbe parlare di cronaca in televisione?

Perché la narrativa gialla intesa nella sua accezione più tradizionale è di per sé una narrativa morale. 

Non fraintendetemi, non è una narrativa moralista, ma morale. Lo è in senso positivo quando porta il discorso nel teatro pirandelliano-vittoriano del gioco delle parti mirando a scoprire i vizi della nostra società – borghese ormai solo per finta, su Instagram, – e che ha la necessità di scoprire le proprie carte per riconoscersi nella spesso aberrante alienazione in cui vive. Lo è nella sua confezione più violenta e crimino-centrica del cosiddetto noir in cui abbiamo a che fare con antieroi, con uomini e donne che scelgono quella che de André chiamava ‘La cattiva strada’, e spesso devono fare scelte anch’essi per il bene o il male (il loro, o di chi amano, il bene comune spesso è fuori da questo discorso nel noir).

Chi scrive storie di questo tipo ha una responsabilità profonda e gioca un gioco di equilibrismo ed escapismo allo stesso tempo.

Evadiamo dalla realtà per tornarci sapendo qualcosa in più di noi stessi e dei nostri limiti, camminando sul filo di questi limiti, ponendoci le domande che non vorremmo mai porci.

E tu? Uccideresti? Ruberesti? Feriresti? Tradiresti? Avresti il coraggio di guardare negli occhi la verità col rischio che questa, sempre armata, ti piantasse la sua lama lucente nel petto, all’altezza del cuore?

Nel caso del noir municipale italiano affondiamo spesso nelle radici marce delle nostre città, amiamo distrarci (escapismo) con i birignao del dialetto locale, delle piccole e grandi storie dimenticate del centro o della periferia, ma quello che facciamo è sempre e comunque puntare il dito sul delitto, sia questo immaginato oppure no.

Non c’è giallista che non si guardi attorno, non c’è narratore che racconti ciò che non conosce. Noi esploriamo territori morali, creiamo uomini e donne che ci ballino sopra la taranta infernale della vita e della morte. In quei personaggi c’è sempre qualcosa di noi e di voi, o meglio il contrario. C’è in loro qualcosa di noi, perché questi sono dei contenitori.

Giocare con questi contenitori morali, questi pupazzi che prendono vita grazie all’urgenza della ricerca, grazie alla foga drammaturgica, all’energia della verità che ognuno di noi mette in essi, concede al narratore una visione ad ampio raggio. Non sa, si chiede. Non ha un certezza, esplora ogni possibile strada nel giardino dei sentieri che si biforcano di memoria borgesiana.

Che senso ha parlare di realtà, quando possiamo parlare di finzione, dunque? Semplice, noi parliamo di finzione, spesso, per parlare di realtà. Lo scrittore di gialli allora, parlando di cronaca nera attraverso un mezzo popolare come la televisione fa l’opera al bianco, svela il gioco delle parti, ma si porta dietro ciò che gli ha insegnato il primo passo dell’alchimia che ha messo in atto. Porta con sé compassione e umanità, desiderio di comunicare e negoziare una realtà, una credenza comune, un comune senso di Uomo.

Il motivo per cui raccontiamo le storie non è lo share, ma la costruzione della verità. E il narratore lo può fare in un unico modo, con il suo linguaggio, con le sue storie, e riportando il discorso alle domande fondamentali. Perché? Come?

Lontano dai processi mediatici, dalle dita puntate, lontano dal bar sport in cui a volte si rifugia qualche Sherlock Holmes improvvisato.

Bisogna entrare dentro i meccanismi dell’animo umano. Stendendo e ritraendo continuamente la rete delle sue parole, il narratore, raccogliendo i fatti, tenendoli insieme con l’ingenuità di un bambino che gioca con i mattoncini, senza paura di dover ricominciare a costruire daccapo, prova e riprova finché la costruzione non si regge in piedi e lì può indicare un riparo a chi cerca un senso per cose insensate e irrazionali come furti, tradimenti, assassini.

Siamo tutti esposti ai limiti che troviamo raccontati nei gialli, su quei limiti balliamo la taranta insieme ai personaggi creati dal narratore e lo facciamo con frenesia, con spirito d’impresa, come chi si gode il suo turno sull’ottovolante. Eppure quando le stesse cose capitano nella vita vera, al nostro vicino di casa, quell’ebbrezza scompare, ma rimane una curiosità che diventa quasi morbosa.

Il narratore conosce quella curiosità, è la curiosità dell’animo che esplora il limite sempre più vicino a noi. Il narratore sa come rendere quel limite visibile, pensato, umano, allontanando l’irrazionale frenesia che rapisce, puntando la luce dritta sull’umanità, e non sulla bestia ferita. La loro umanità, quella delle vere persone che hanno superato i limiti, la nostra.

La cronaca nera, l’attualità, per quanto spettacolarizzate – e il gusto di ciascuno dovrebbe porre un freno di fronte ad alcuni pessimi esempi di televisione, – se trattate con cura, se prese a cuore, permettono ancora una volta che certe storie non vengano dimenticate, che certi casi non passino in sordina, che certe verità vengano esplorate.

Questo è ancora il compito dei media di massa, secondo me. Perché nel momento in cui passerà un pensiero unico, sarà la fine delle trasmissioni. Il web non sarà la soluzione, da un lato si stanno creando anche lì canali di massa, dall’altro si tratta di un contesto in cui le nicchie si moltiplicano e di fatto viene spesso meno un reale (verificato) confronto tra pensieri differenti per colpa delle cosiddette ‘echo chambers’, non-luoghi dove tutti la pensano allo stesso modo e chi la pensa differentemente viene semplicemente sbattuto fuori. Sulla tv pubblica non lo puoi fare, non in uno Stato democratico.

Allora per quel che mi riguarda, ben venga il contributo di chi ragiona al di fuori della ‘scatola’. Ben vengano i viaggiatori di mondi, gli esploratori dei limiti, a una sola condizione, la stessa che mi pongo ogni volta che entro in uno studio televisivo: essere umani. Hominem te memento. Mai strumentalizzare, perché la vita non è un giallo, eppure nel giallo c’è la vita di ciascuno di noi.

Chi è Matteo Bortolotti

Allievo di Loriano Macchiavelli, rappresenta la nuova generazione del noir bolognese. E’ anche sceneggiatore (la prima stagione di Coliandro, più altre serie attualmente in TV) e amante di storia e filosofia classica. Partecipa spesso in RAI come opinionista su casi di cronaca nera, a cui tiene accostarsi con una sua precisa idea di correttezza.

dariovillasanta

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