Siamo tutti magnificamente bastardi: il Giappone in Italia secondo Antonio Moscatello

Siamo tutti magnificamente bastardi: il Giappone in Italia secondo Antonio Moscatello

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(Intervista ad Antonio Moscatello)

IN PRINCIPIO ERA LA YOSHIMOTO: GIAPPONE, LA NUOVA MODA CULTURALE ITALIANA

La diffusa moda del Sol Levante è ormai un fatto ben radicato nella cultura italiana. Potrebbe sembrare innaturale, passeggera o anche snob, ma lo è davvero? L’ho voluto chiedere a un esperto di Giappone, Antonio Moscatello, orientalista e giornalista, nonché scrittore ed esperto delle dinamiche politico-culturali in Asia.

Antonio, quando e come il Giappone ha iniziato a essere un punto di riferimento culturale in Italia? Se poi contiamo che siamo particolarmente ortodossi nel mangiare e ancora più nel (poco) leggere, a che punto è diventata addirittura una moda?

Devi tener presente che l’Italia e il Giappone, a dispetto della distanza, hanno un’antica storia di rapporti e relazioni. Già nel XVII secolo si registra un’ambasceria dal Giappone in Europa e alla corte del Papa. Mentre i gesuiti, molti dei quali italiani, scorrazzavano per l’Arcipelago. Ci siamo sempre attirati a vicenda.

Possiamo dire però che la nippomania attuale ha le sue origini nella nostra generazione, quella che ormai si avvia ai cinquant’anni. L’arrivo negli anni 80 e 90 di prodotti culturali e popolari come i cartoni animati ha aperto una finestra enorme sul mondo giapponese. D’altronde era ovvio che un paese che, come il Giappone, sfidava l’America dal punto di vista economico, espandesse anche il suo soft power culturale. La generazione seguente alla nostra, poi, si è ritrovata inondata di produzioni giapponesi, a partire da manga e anime, mentre noi, superata la fase della scoperta, crescendo, abbiamo cercato anche altro nel Giappone. La letteratura – Banana, Haruki Murakami – e la cucina.

Credi che abbiamo assorbito davvero il meglio che il Sol Levante propone, o ci siamo accontentati delle briciole come per l’America, dove lì addirittura abbiamo importato solo il ‘trash’? Perché alcuni autorevoli personaggi di lettere pensano che di scrittori pop come Murakami o la Yoshimoto siano pieni i fossi, e non mi sento di dargli tutti i torti.

Penso che sia anche naturale che siano gli aspetti più pop quelli che per primi fanno presa, quando ci si approccia una cultura diversa. Non mi aspetto, per esempio, che i miei amici giapponesi che non abbiano uno specifico percorso di studi e di vita attinente all’Italia, abbiano letto Tondelli. Va di culo se conoscono la Loren e Benigni. E questo discorso vale anche per come ha attecchito il Giappone in Italia: manga, anime, kawaii, sushi e Banana. In ogni caso, io non provo tanto orrore per gli stereotipi, se sono una porta per poi entrare nella realtà di un paese. Sarà per il mestiere che faccio,  ma la semplificazione e la divulgazione sono importanti. Se non avessi visto Goldrake da bambino, oggi non saprei neanche cos’è l’Heike monogatari. Certo,  se poi ci si ferma solo allo stereotipo…

Permettimi, però, di non essere d’accordo con te sulla definizione di Murakami come scrittore pop, per quanto sia indiscutibilmente popolare. Murakami è un grande un genio narrativo. Anche se l’ultimo romanzo, quello di cui è uscita la prima parte in Italia, è ben al di sotto della sua precedente produzione. Scusate lo spoiler.

In bilico tra due culture tanto diverse, a differenza di molti tu non rinneghi mai la tua ‘italianità’ né lo faresti mai. Ma come possono convivere in te, nel quotidiano, due idee di vita così diverse, se non addirittura antitetiche, come la nostra e quella nipponica?

Non convivono, infatti faccio una vita penosa. No, a parte gli scherzi, la realtà è che sono molto meno distanti di quanto pensiamo. Sotto la patina di efficienza e organizzazione, i giapponesi sono molto molto simili a noi. Lo scopri quando vai in un’izakaya – l’osteria – a sera e attacchi bottone con la gente, quella comune e non impostata. Quando le barriere protettive si abbassano. Le diversità sono importanti, ma lo sono anche i punti in comune.

Quest’estate hai creato per caso un appuntamento che è subito diventato moda, quello dei nippoaneddoti. Tu racconti un aneddoto che riguarda il Giappone e lo ricolleghi a qualche aspetto nostrano di costume. Come ti è venuta questa idea, e secondo te perché ha avuto tanto successo? Perché non ti limiti a storielle semplici, ti basi spesso su fatti e antefatti storici a noi sconosciuti…

Come dicevi tu, per caso. Ero su una pallosissima spiaggia in Toscana – niente a confronto della meraviglia delle mie spiagge pugliesi, e scusami il tocco di campanilismo – e non sapevo che fare. Vedevo sui social girare videini in cui si mostrava quanto tutto è perfetto in Giappone (tipo i tizi che puliscono in microsecondo i vagoni del treno, non lasciando un granello di polvere) o i post di gente che continuava solo a raccontare aspetti “kawaii” del Giappone, e mi sono detto: vabbè ora vi racconto un po’ il Giappone che conosco io. Agli amici è inspiegabilmente piaciuto e ora è diventato un appuntamento abbastanza fisso, anche un podcast (TankaCast) e ne farò anche un libro forse.

Tocchiamo un punto dolente: la stampa. È più libera quella giapponese o quella italiana? E che rapporto ha con la politica rispetto a noi?

Più libera la stampa italiana, ma più solida quella giapponese. E non lo dico io che la stampa italiana è più libera, basta guardare il rapporto del 2018 di Reporter senza frontiere. Solo che giornali giapponesi vendono milioni di copie. Da noi le testate top ne vendono centinaia di migliaia.

Il rapporto con la politica della stampa giapponese alla fin fine somiglia abbastanza a quello che c’è tra politica e media da noi.

I simboli di scrittura giapponesi rappresentano un linguaggio spesso figurato. Imparare questa grafia e lingua ti ha influenzato in qualche modo anche nello scrivere in italiano, e se sì come?

Davvero, non lo so. Mi dicono spesso che ho una scrittura molto cinematografica, che cerco di evocare immediatamente immagini. Questo potrebbe essere in qualche modo collegato allo studio degli ideogrammi, in cui l’elemento pittografico è essenziale. Un po’, forse, il Giappone è entrato di più nel modo in cui penso i miei testi. Non dedico troppo tempo al ragionamento e all’elaborazione di un’architettura della narrazione. Tendo all’invenzione immediata, al flusso spontaneo. Che è, volendo, un approccio molto giapponese.

C’è qualcosa in cui, culturalmente, siamo molto simili ai giapponesi ma non ce ne accorgiamo?

Avrei una lista infinita. Ma a volerne individuare una fondamentale, certamente, il rapporto con la terra, con la famiglia, con le radici. Nel caso giapponese è persino più spinto che nel caso nostro. Anche se ad andare nelle metropoli e guardando la vita dei giovani si ha una percezione di un’atomizzazione spinta. Però, se poi si va a vedere a fondo, quel nesso, quel legame è fortissimo.

L’ultima domanda è una domanda libera: tra qualche anno, il Giappone sarà stato solo una moda in Italia – come lo è stata l’America del dopoguerra – o resterà qualcosa di importante?

Impossibile prevederlo. Molte cose andranno, altre resteranno. Per esempio i figli di coppie miste. Non so quanti ve ne siano, ma ne vedo sempre più in giro. Comunque – e questo è un altro aspetto che ci accomuna – sia noi che i giapponesi abbiamo il grande pregio di valorizzare le contaminazioni. Anche se l’attuale contesto politico italiano (e un po’ pure giapponese) testimonia del contrario, se guardiamo alla nostra storia, siamo tutti magnificamente bastardi e lo è la nostra cultura. E lo stesso vale per il Giappone, che neanche esisterebbe come cultura, quella splendida cultura che è, se non avesse adottato nell’antichità sistemi istituzionali e giuridici, scrittura e credi religiosi dai paesi vicini: Cina e Corea in primis.

dariovillasanta

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