#errata-corrige Pt.7 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

#errata-corrige Pt.7 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

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(di Vincenzo Maimone)

Ieri sera una mia carissima amica, Grazia Di Bella, mi ha proposto: “Perché non scrivi un racconto a puntate e lo posti?”, aggiungendo, “faresti felici tante persone”. Di fronte alla possibilità di migliorare lo stato d’animo delle persone, in tempi sospesi come questi, mi sembrava doveroso accettare l’invito. Ecco la settima puntata del racconto. Il protagonista è Ermes Lazzari,di professione correttore di bozze.

Vincenzo Maimone, 17 marzo 2020

ERRATA CORRIGE

Puntata #7

Aveva raggiunto l’ufficio con passo misurato e senza fretta rimuginando sul discorso di commiato. Non aveva intenzione di dare nessun vantaggio al commendatore, né tantomeno di farsi trascinare ancora una volta nel gorgo delle sue argomentazioni. Il suo sarebbe stato un discorso asciutto, privo di fronzoli e, soprattutto, liberatorio.

Aveva ripassato fin nei dettagli quel piano, controllando ogni singolo passaggio. La struttura gli sembrava sufficientemente solida.

Così pensava, almeno fino all’istante in cui non aveva varcato la soglia dell’ufficio.

Una ventata gelida lo bloccò sulla porta. I suoi colleghi sembravano essere sotto l’effetto di un qualche incantesimo. I loro movimenti erano lenti. Alcuni di loro erano addirittura immobili. Lo stesso Gualtieri, il Casanova dell’ufficio, a dispetto della sua fama di castigatore del gentil sesso, non era impegnato nelle sue solite conversazioni telefoniche con la sua nuova conquista, o nei resoconti dettagliati post-appuntamento. Gualtieri lo fissava con sguardo enigmatico e con un’espressione sinceramente preoccupata.

Ermes avanzò timidamente.

“Che abbiano già scoperto tutto? Che conoscano già le mie intenzioni e stiano attendendo la reazione di Strozzi?”, pensava percorrendo lo spazio che dall’ingresso lo conduceva al suo ufficio.

Nella sua mente sentiva cedere ogni certezza e ridursi in briciole il suo progetto anche se, razionalmente, quella congettura era priva di senso.

Osservò meglio quei visi e quelle espressioni. I colleghi non sembravano essere turbati dal suo arrivo. La loro preoccupazione non lo riguardava. Qualcos’altro doveva essere accaduto in sua assenza.

Cercò di elaborare una veloce stima del livello di apprensione presente in quella stanza. Un timido singulto ruppe il silenzio innaturale della sala. Proveniva dalla scrivania della segretaria particolare del direttore, la dottoressa Corbelli. Ermes si avvicinò.

«Ma cosa avete tutti quanti? Cosa è successo?», chiese non riuscendo più a trattenere la sua curiosità.

La donna sollevò lo sguardo. Il pesante trucco che era solita sfoggiare le colava lungo le guance conferendo a quella atmosfera un tocco di grottesco.

«Il commendatore…», disse con la voce piena di pianto.

«È morto?», si premurò a domandare Ermes non controllando adeguatamente il tono cinico della sua richiesta.

«Nooo! Ma che dice?», gli urlò contro la Corbelli, accasciandosi sulla scrivania.

«E allora cosa gli è accaduto?», disse Ermes sbagliando ancora una volta la sfumatura espressiva e tradendo una certa delusione.

«Un incidente», rispose la segretaria che mostrava una certa ritrosia a fornire informazioni complete e dettagliate.

«E dov’è adesso? In ospedale?», disse Ermes, caricando di aspettative quella domanda.

«Nooo! Per carità del cielo! Grazie a Dio, non ce n’è stato bisogno. È nel suo ufficio, come sempre», rispose la Corbelli ricomponendosi.

«Tutto bene, quindi? Cosa sono allora queste facce da funerale?», replicò indispettito Ermes.

«Lei è senza cuore. Lo sa?», rispose la segretaria asciugandosi le lacrime e rimuovendo, a fatica, la tavolozza di colori che si ritrova spalmata sul viso.

«Lo so. Me lo hanno già detto. Si metta in coda», replicò Ermes dirigendosi verso il suo ufficio e non attendendo ulteriori chiarimenti.

«E comunque, il commendatore mi ha detto di avvisarlo non appena lei si sarebbe degnato di arrivare in ufficio», aggiunse la Corbelli.

Il tono acuto di quell’affermazione sgrammaticata lo trafisse alle spalle. Ermes cercò di nascondere lo stupore e il fastidio di quella richiesta.

«Si fosse degnato», ribatté Ermes.

La Corbelli sbuffò senza badare troppo alla correzione.

«Lo avverta allora. Io sono qui», aggiunse Ermes, senza nemmeno voltarsi.

«Fatto! La sta aspettando», replicò immediatamente la Corbelli dalla cui voce era scomparsa ogni traccia di afflizione o dolore.

Ermes tirò un lungo respiro. Ripassò la sua parte, quindi, aprì la porta dell’ufficio del direttore.

Il commendatore era affaccendato al computer. Indossava quello strano guanto che Ermes aveva notato il giorno prima e cliccava sul mouse in un modo che gli sembrò innaturale, meccanico, privo di una effettiva padronanza.

«È permesso?», domandò Ermes, più per attirare l’attenzione che per buona educazione.

Il commendatore bofonchiò qualcosa di incomprensibile. Il tono della voce gli sembrò dolente o comunque infastidito.

Ermes si avvicinò alla scrivania e senza aspettare ulteriori indicazioni si sedette.

Il commendatore proseguiva nella sua operazione. La postura impediva a Ermes di vedere lo schermo e di conoscere, almeno parzialmente, l’oggetto di una tale concentrazione. Non ricordava di aver visto il suo principale così attento e sollecito nei confronti del computer. Più volte lo aveva sentito lanciargli maledizioni e contumelie e, in casi estremi, lo aveva aggredito fisicamente. La situazione adesso era del tutto differente. Il commendatore digitava, confermava, interagiva con esso in una sorta di stato ipnotico. Era totalmente assorto, distaccato da tutto il resto. Ermes cominciò a pensare che si trattasse di una messa in scena, una strategia studiata allo scopo di esasperarlo e di abbassare la sua capacità di difesa. Stette al gioco, aspettando pazientemente e limitandosi a tamburellare con le dita sulla scrivania. Lasciò trascorrere una decina di minuti complimentandosi con se stesso per la pazienza con la quale stava sostenendo quella prova di resistenza. Tuttavia, non volendo indugiare oltre in quella situazione di stallo, decise di tentare una manovra di aggiramento cercando di intavolare una qualche forma di conversazione.

«La dottoressa Corbelli era visibilmente preoccupata per il suo incidente. Cosa le è successo?», chiese Ermes.

Il commendatore sospese per un istante le sue meccaniche operazioni.

«Me lo chiede come se le importasse. Cosa della quale dubito fortemente», rispose freddamente il commendatore.

«In effetti, ho chiesto più per cortesia che per altro», replicò Ermes, deciso, a questo punto, a giocare a carte scoperte.

«Ecco, appunto. Questa è una cosa che ho sempre apprezzato in lei, Lazzari. La sua schiettezza. La sua indomita protervia nel sostenere le sue idee, anche quando sono completamente sbagliate», aggiunse il direttore continuando a dare le spalle al suo interlocutore.

Una voce artificiale interruppe quell’abbozzo di conversazione.

«Grazie per aver partecipato alla votazione. La prossima deliberazione inizierà tra 60 minuti».

Il commendatore si sfilò con un certo impaccio il guanto e ruotò la poltrona.

Agli occhi di Ermes si palesò il volto tumefatto del commendatore. La preoccupazione della segretaria era più che giustificata. Un livido scuro occupava buona parte della metà sinistra del volto del commendatore. Un rigonfiamento all’altezza dell’occhio deformava la sua espressione facciale. Ad Ermes vennero in mente le maschere utilizzate dai greci per caratterizzare i personaggi durante la rappresentazione delle tragedie. Non fu quella la sola cosa che Ermes notò. Anche la mano sinistra non sembrava essere messa meglio. Due dita erano infatti steccate e strette in una ingessatura.

«Non è un bello spettacolo, vero?», disse il commendatore inforcando con un movimento tutto sommato veloce, a dispetto delle sue condizioni, un paio di occhiali scuri.

«Cazzo!», esclamò Ermes non riuscendo a esprimere diversamente il suo stupore.

«Cosa le è accaduto?», domandò adesso animato da una curiosità sincera.

«La mia segretaria le ha già risposto, mi sembra. Un incidente domestico», rispose glissando il commendatore.

Ermes fece finta di accontentarsi di quella risposta evasiva.

«La segretaria mi ha detto anche che voleva parlarmi. A questo proposito, dovrei…», disse Ermes provando a rimettere in moto il suo piano.

«Lei è una persona molto qualificata e un ottimo dipendente», lo anticipò il commendatore.

«La nostra azienda è cresciuta grazie al suo contributo…», proseguì Strozzi.

«Ma…», intervenne Ermes.

«Perché pensa che debba esserci un “ma”», chiese il commendatore sorpreso e leggermente stizzito da quella interruzione.

«Perché aveva tutta l’aria di essere uno di quei discorsi che prevedono un “ma”», rispose Ermes.

Il commendatore abbozzò un sorriso reso grottesco dalla tumefazione e assentì con un leggero movimento della testa.

«Ma non abbiamo più bisogno di lei», tagliò corto Strozzi.

Ermes strabuzzò gli occhi. Una espressione di fastidio attraversò il suo sguardo. Non era in quel modo che si era prefigurato quella discussione. Accartocciò mentalmente il suo progetto e proseguì senza una precisa sceneggiatura, improvvisando.

Ermes non sapeva decidersi tra il considerarsi incazzato per il licenziamento subito o per la mancata possibilità di recitare la sua orazione di commiato.

«Mi aspettavo tutt’altra reazione da parte sua», aggiunse il commendatore con aria sorpresa.

«Cosa pensava che sarei saltato sulla sua scrivania dando di matto, o che l’avrei picchiata? Non sono un funambolo e d’altra parte credo che lei sia già conciato abbastanza male», rispose piccato Ermes.

Il commendatore rise meno sguaiatamente del solito. E la cosa non dispiacque a Ermes. La sofferenza visibile sul quel volto, in qualche misura lo compiaceva. Evidentemente possedeva una vena sadica sopita che, adesso, approfittando di quel trambusto emotivo, stava cercando di emergere e manifestarsi.

Ermes la lasciò fare senza opporle alcuna censura.

«Non mi ero spinto a tanto. Mi aspettavo, quanto meno, che mi chiedesse quali erano…»

«Fossero», lo corresse Ermes.

«…fossero le motivazioni che mi hanno spinto a questa decisione», concluse alzando di un tono il volume della sua voce.

«Non ci vuole molta fantasia per comprenderle. E, francamente, queste discussioni mi hanno proprio stufato», tagliò corto Ermes.

«Confido nella sua ragionevolezza e lungimiranza per chiudere questo rapporto di lavoro in maniera civile, senza dover tirare in ballo avvocati o sindacati», disse il commendatore riportando la discussione sui binari pragmatici della concretezza.

«Ho già dato mandato all’amministrazione di garantirle una congrua liquidazione», concluse Strozzi.

«Quindi, continua a essere solo una questione di soldi?», domandò Ermes.

«Lo è sempre. Deve farsene una ragione, Lazzari. Lo è sempre».

«Potrei dirle che si sbaglia di grosso. Che le sue certezze sono prive di fondamento…».

«Ma? Anche questo ha tutta l’aria di essere un discorso che prelude ad un “ma”», lo interruppe il commendatore non nascondendo un certo compiacimento per l’arguzia della sua risposta.

«Touché», rispose Ermes.

«Ma i tempi sono quelli che sono e i soldi adesso mi fanno davvero comodo. Spero che la sua e la mia idea di congrua liquidazione coincidano».

«Le farà piacere che ho intenzione di affidare il suo incarico a Gualtieri», disse il commendatore.

Ermes si rese conto che il suo elementare sadismo non reggeva il confronto con quello dell’“ex” principale. Il commendatore sapeva bene, infatti, quale fosse il suo giudizio riguardo alle capacità professionali di Gualtieri e aveva deciso di riservarsi questa stoccata finale per intimorire e fiaccare l’amor proprio del suo interlocutore.

«Mi sembra un’ottima scelta. È la soluzione ideale per la mission di questa azienda», rispose sarcastico Ermes.

«Libero immediatamente il mio ufficio», aggiunse uscendo dall’ufficio.

«Mi stia bene. E cerchi di modificare il suo atteggiamento nei confronti del mondo. C’è un cambiamento epocale in corso e deve prenderne atto», lo congedò il commendatore.

«Ma vaffanculo», disse a mezza voce Ermes.

«Un’ultima cortesia, Lazzari», si affrettò a aggiungere Strozzi.

«Prima di andare via, dica a Gualtieri di venire nel mio ufficio», concluse ridendo il commendatore.

Ermes fece finta di non sentire. Raccattò i pochi effetti personali che adornavano la scrivania e senza perdersi in convenevoli e lacrimevoli commiati si apprestò a andare via da lì.

«Buon lavoro e congratulazioni», disse Ermes passando davanti alla scrivania di Gualtieri.

«Grazie, Ermes! In effetti era una gran bel pezzo di fica», rispose Gualtieri mettendo in pausa la conversazione telefonica nella quale era impegnato.

“Ecco, appunto!”, pensò con una certa dose di compiacimento varcando la soglia per l’ultima volta.

Dario Villasanta

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