Sciascia e Dostoevskij: così lontani, così vicini. La ‘Metafisica del sottosuolo’ di Antonina Nocera

Sciascia e Dostoevskij: così lontani, così vicini. La ‘Metafisica del sottosuolo’ di Antonina Nocera

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(di Simone Zacchini)

Il saggio di Antonina Nocera, Metafisica del sottosuolo. Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij(Divergenze, 2020) offre al lettore numerosi spunti di interesse. Sia al lettore informato, attratto magari dalla particolare scelta di accostare due nomi a prima vista estremamente distanti, come Sciascia e Dostoevskij; sia al lettore curioso, amante delle sfide culturali e sempre in cerca di un bandolo per orientarsi nel proprio tempo. Personalmente sono stato richiamato dal titolo, “metafisica del sottosuolo”, innanzitutto per l’accostamento dei due termini, anche questo, a parer mio, molto impegnativo e audace, poi per il tema del sottosuolo, che da tempo mi impegna nel mio percorso di ricerca.

Intanto va detto subito: si tratta di un lavoro di grande spessore, denso, compatto, a volte impietoso con il lettore (guai a distrarsi mezza pagina! si è rimandati subito indietro, per quanto stringenti e concatenate sono le argomentazioni). Poi è un libro scritto meravigliosamente. L’autrice ha il dono di una scrittura limpida, “visiva” direi, piena di immagini precise, affilate come la lama dell’orizzonte marino, quando al mattino presto è ancora una lastra immobile.

Una scrittura mediterranea fatta di suggestioni quasi mitiche e razionalità ellenica, di immagini piene di fascino accanto alla stringente consequenzialità del logos. Nocera scrive, proprio in apertura, che la scrittura come «metodo di indagine sull’uomo» (sempre aperta, sempre irrisolta) avvicina Dostoevskij e Sciascia. Si può aggiungere che occorre una medesima opera di paziente cesellatura delle parole per poter parlare di questi due autori e Nocera vi riesce benissimo, in un lavoro di ricamo intellettuale senza il quale anche la più geniale delle intuizioni resterebbe muta. La scrittura è dunque l’orizzonte entro il quale prende senso l’analisi offerta dal suo testo. Ed è proprio attraverso la scrittura che questo senso viene dispiegato, portando il lettore in un affascinante percorso di richiami, echi, assonanze tra due autori che solo così possono essere affrontati.

Da un punto di vista filosofico ho trovato il tema dell’errore giudiziario fondamentale e di grande suggestione. All’interno di trame poliziesche, che Dostoevskij e Sciascia offrono, quello dell’errore giudiziario si staglia come uno scoglio sul quale sta naufragando gran parte della cultura occidentale. Ed è esattamente questo a fare del sottosuolo lo specchio di un’epoca, la nostra, che ha perduto qualsiasi senso dell’istituzione, della legge, dell’etica. È come se questo particolare “errore” non fosse tanto lo scarto tra interpretazione umana e legge, quanto qualcosa di più grande, in grado di mettere in ginocchio tutta l’impalcatura morale e tutta la responsabilità condivisa che fa di un insieme casuale di persone una società. E così sembra essere, aprendo di fatto la via al nichilismo, prima socio-politico, poi filosofico e religioso. In entrambi i contesti i due autori che vengono analizzati sono centrali e ci si può domandare come mai non si sia ancora letto nulla in proposito. Ma questo è il fascino delle grandi intuizioni: che sono nuove e vecchie allo stesso tempo, inedite e già “storiche” nel momento stesso in cui vengono formulate.

L’errore è una falla della razionalità che mina alla base ogni ottimismo epistemologico e positivista: «una resa alla ragione investigativa e in generale alla giustizia e alla verità» (p. 15). E aggiungerei che è anche la fine del socratismo, di quell’uomo disposto a morire proprio per un errore giudiziario pur di non compromettere la legittimità delle Leggi. Allo stesso modo la crisi della ricerca della verità denuncia la mancanza di un telos, di un senso, di una direzione culturale che l’impasse dostoevskiana sembra alludere fin dallo sciagurato protagonista delle Memorie del sottosuolo. Si tratta, in ogni caso, come giustamente scrive Nocera, «dell’epitaffio delle certezze illuministe, della Storia edificante, della rivoluzione in nome dei Lumi» (p. 21).

E di luce, nel sottosuolo, ce n’è poca, anche se questo sottosuolo ha una natura sulla quale occorre soffermarsi. La caverna, il sottosuolo, l’idea di un percorso che porti dal buio dell’ignoranza alla luce della verità è un cardine del platonismo. Dostoevskij è il primo denunciarne la fine. Il suo sottosuolo è fine a se stesso, senza riscatto, senza scelta liberatoria, senza moralità. Ne emerge così un sottosuolo antiilluminista, antipositivista e sostanzialmente in piena luce. Non essendoci più la caverna platonica fuori della quale c’è la verità, tutto sembra schiacciato in superfice. E anche qui, con immagini opposte ma di eguale significato, sia la campagna bruciata dal sole dell’entroterra siciliano, sia la neve accecante della steppa siberiana sono simboli perfetti di questo riverbero di luce senza salvezza. Qui la sofferenza non ha riscatto, e il percorso non ha conclusione. La vita stessa, diventa un errore, o meglio, svanisce l’idea stessa di un errore, laddove senza Dio, senza verità, tutto è permesso. Alla fine verrebbe voglia di leggere di più, di sfogliare ancora pagine così intense, così sentite, di un così dignitoso commiato alle allegre certezze della “gaia scienza”.

E come tutti i libri fecondi, vien voglia di integrarli, pensando al sottosuolo nietzscheano, rovesciato nel monte dal quale scende Zarathustra, ai contatti di “troppa materia” senza senso de La nausea di Sartre, a tutte quelle pagine di letteratura e filosofia che hanno fatto i conti con Dio, con il fondamento, con il senso dell’esistere. A tutti quegli eroi silenziosi che di fronte allo sfacelo delle certezze hanno ancora rispetto per l’essere donne e uomini responsabili, che mai si lascerebbero andare alla mediocrità con la facile scusa che tanto “Dio è morto”, ma anzi, sono in grado di «guardarle in faccia quelle meschinità, e restituirle intatte, senza limature o abbellimenti, regalando pagine che ancora oggi non smettono di spronare a un esercizio di onestà intellettuale» (p. 34).

Simone Zacchini

Ricercatore in Storia della Filosofia Università degli Studi di Siena

Dario Villasanta

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