‘Lolita’? Un tarlo vorace nella mente del lettore. Il libro dimenticato di Francesca Bertuzzi

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(di Francesca Bertuzzi)

Vorrei dire che a cambiarmi la vita ci sia stato un libro segreto di cui il mondo è caduto dimentico. Un tesoro che solo io conservo nello scrigno della mia libreria. Mi piacerebbe rivelare un titolo  di un libro sconosciuto alla maggior parte delle persone, proponendolo come lo straordinario segreto di un romanzo rivelatore.

Ma, se devo essere sincera proprio al cento per cento, i libri che mi hanno cambiato la vita sono conosciuti. Sono libri  considerati classici, che resistono nelle librerie nonostante siano passate ere e mode dalla loro uscita. E quindi non mentirò, non scaverò alla ricerca di un titolo particolare, ma dirò la verità.

Avevo quattordici anni quando incappai  in Lolita, me ne innamorai, affascinata dal morbo di Humbert, dall’ossessione, dalla detonazione atomica che prendeva vita ogni volta che Dolores Haze si muoveva sotto lo sguardo rapito del protagonista.

Intuivo che fosse un romanzo potente, ma ci vollero anni prima che capissi esattamente quale era la portata del romanzo di Nabokov.

Fu intorno ai vent’anni che mi resi conto di quanto Nabokov avesse fatto con un solo romanzo. Aveva messo una bomba nel cuore dell’America e aveva aspettato che questa agisse. E bisogna ammettere che, nonostante gli anni che ci dividono dall’uscita di Lolita, sentiamo ancora l’eco dell’onda d’urto di quell’esplosione.

Cambiò tanto.

Cambiò il senso di perbenismo e di peccato. Cambiò il desiderio e le sue forme. Se le donne erano prima amate nella morbidezza della femminilità, dopo, sempre più strenuamente, l’immagine del desiderio ha virato, sempre di più, verso quello della ninfetta, corpi acerbi, quasi androgini, dove le curve vengono piallate da magrezze severe.

Nabokov con un romanzo ha cambiato tutto, insinuando un tarlo vorace nella mente del lettore.

Lolita mi fece capire a chiare lettere quanto può essere potente un romanzo.

Questo punto di vista ha cambiato molto il mio rapporto con la letteratura e sono andata, da lettrice, sempre più alla ricerca di queste scardinatrici, rivoluzionarie, sfacciate penne della letteratura mondiale.

Ed è così che ho incontrato Fante: Fante il bestemmiatore, lo scrittore che scrive come si parla per strada. Non più la raffinata scrittura ottocentesca ma la cannibale e innovativa ribalta del novecento. Fante mi ha insegnato la schiettezza, a discapito di tutto, il mondo reale che prende forma sotto un punto di vista unico, la sagacia dell’ironia che spazza via riflessioni alte ma prende la vita alla gola e ne spreme ogni stilla. La Confraternita dell’Uva mi ha fatto sentire a casa, mi ha fatto tornare bambina. Anche io ho origini Abruzzesi, e anche se Fante non è mai tornato a Torricella Peligna, paese da cui era partito il padre emigrante per tentare fortuna in America, dove nascerà e vivrà John Fante, ho capito quanto resta nel sangue quell’italianità, quell’Abruzzo che conosco così bene e di cui Fante racconta alla perfezione lo spirito.

Insomma non ho dato forse titoli sconosciuti e non sono riuscita a trovare il titolo dismesso, ma ho detto la verità. Questi due romanzi hanno in seno una potenza nucleare, ed è quello che mi ha fatto amare la letteratura, un amore selvaggio e una gioia di vivere nelle storie.

 

Chi è FrancescaBertuzzi:

Francesca Bertuzzi è una scrittrice e sceneggiatrice italiana.

Nel 2011 il suo romanzo d’esordio Il Carnefice edito da Newton Compton raggiunge la vetta delle classifiche, diventando un best seller e vincendo il premio Roberto Rossellini.

Con Newton Compton, pubblica La Paura (2012) e La Belva (2013).

Il suo ultimo romanzo Fammi Male (2018) edito Mondadori è in fase di sviluppo cinematografico così come il suo racconto Finché Morte Non Ci Separi.

Per il cinema e la televisione lavora con il ruolo di story editor, soggettista e sceneggiatrice.

Nel 2017 è stata selezionata come sceneggiatrice finalista a Biennale College Cinema International, presso la Mostra del Cinema di Venezia.

Dario Villasanta

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