La cultura a scuola: come si fa? Pt.2: la teoria

La cultura a scuola: come si fa? Pt.2: la teoria

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( di Laura Veroni)

In questa seconda parte dedicata all’insegnamento della cultura ai ragazzi, la scrittrice e docente Laura Veroni stende le premesse teoriche a cui è legato l’insegnante nel voler trasmettere il concetto di bellezza agli alunni

È ancora importante, oggi, promuovere la cultura? Ma, soprattutto, è importante promuoverla tra i giovani e i giovanissimi? 
Questa è una domanda che mi viene rivolta spesso. Succede per via della mia professione. Sono, infatti, docente di Lettere in una scuola secondaria di primo grado. Da molti anni mi trovo a svolgere un’attività molto delicata, che è la formazione dei ragazzi che mi vengono affidati. Formazione, notare bene. Sì, perché il compito dell’insegnante non è tanto quello di impartire informazioni/nozioni quanto quello di formare la mente e il cuore degli studenti. Ciò perché il docente è non solo colui che dispensa conoscenze, ma anche colui che educa alla conoscenza. Educare, termine di cui si va perdendo sempre di più il significato profondo e originario che è “tirar fuori” (dal latino: e + duco, is, duxi, ductum, ĕre) è un compito complesso che investe la persona nella sua totalità.          
La scuola negli ultimi anni ha perso molto, a mio parere, del proprio valore e potere educativi. Si è gradualmente passati, infatti, dal formare l’alunno come persona (secondo un lungo percorso di crescita e di maturazione globale) al dispensare un sapere fine a sé stesso (conoscenze) che si è via via trasformato in saper fare (abilità) e in saper fare in situazioni reali (competenze). Tutto questo, di riforma in riforma, perché il nuovo compito dell’istituzione scolastica doveva essere promuovere alunni abili a fare, competenti nel produrre, e, quindi, in tal modo, pronti per essere inseriti in una società che richiede sempre più individui specializzati.           
L’attenzione si è quindi spostata gradualmente dalle conoscenze alle competenze, puntando eccessivamente sul formare proprio a queste ultime, mentre le conoscenze (che pur devono essere alla base delle competenze, per non dire al loro servizio) hanno perso sempre di più il loro ruolo primario. Ecco, allora, una revisione dei programmi volta a una riduzione dei contenuti, per lasciare maggior spazio ad attività progettuali, e, di conseguenza, un venir meno di conoscenze che andavano a integrare il bagaglio culturale dell’individuo.        
Gli alunni non sono più stati visti nell’ottica di un tempo come oggetto/soggetto di educazione da parte dell’istituzione scolastica, bensì come “clienti”, fruitori di un servizio.     
La scuola si è adoperata per soddisfare le esigenze delle famiglie, è sorta una vera e propria concorrenza tra i vari istituti: quelli che erano in grado di fornire un maggior numero di servizi/progetti divenivano i più gettonati e, di conseguenza, ritenuti migliori degli altri.        
Ci si è adoperati a “inventare” di tutto, per proporre pacchetti formativi sempre più completi.    

Riporto di seguito un estratto dal Documento del Miur sulle Linee Guida per la Certificazione delle Competenze nel primo ciclo di istruzione:            
“La certificazione delle competenze rappresenta un atto educativo legato ad un processo di lunga durata e aggiunge informazioni utili in senso qualitativo in quanto descrive i risultati del processo formativo… 
Con la certificazione si vuole richiamare l’attenzione sul nuovo costrutto della competenza, che impone alla scuola di ripensare il proprio modo di procedere, suggerendo di utilizzare gli apprendimenti acquisiti nell’ambito delle singole discipline all’interno di un più globale processo di crescita individuale. I singoli contenuti di apprendimento rimangono i mattoni con cui si costruisce la competenza personale. Non ci si può quindi accontentare di accumulare conoscenze, ma occorre trovare il modo di stabilire relazioni tra esse e con il mondo al fine di elaborare soluzioni ai problemi che la vita reale pone quotidianamente…      
Sulla base dei traguardi fissati a livello nazionale, spetta all’autonomia didattica delle comunità professionali progettare percorsi per la promozione, la rilevazione e la valutazione delle competenze”.         
Sempre secondo il Documento del Miur:     
“Lo studente è posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi. In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora, che sollevano precise domande esistenziali, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato”. 
La nuova didattica si deve dunque basare su compiti di realtà e progetti.
Il Documento di cui sopra recita inoltre che “per verificare il possesso di una competenza è necessario fare ricorso anche ad osservazioni sistematiche che permettono agli insegnanti di rilevare il processo, ossia le operazioni che compie l’alunno per interpretare correttamente il compito, per coordinare conoscenze e abilità già possedute, per ricercarne altre, qualora necessarie, e per valorizzare risorse esterne (libri, tecnologie, sussidi vari) e interne (impegno, determinazione, collaborazioni dell’insegnante e dei compagni)”.

Certo, se si riuscisse veramente a lavorare nei termini indicati dal Miur, integrando omogeneamente conoscenze, competenze e abilità, la scuola formerebbe individui completi: istruiti, capaci, sensibili, pronti ad affrontare il mondo che li aspetta fuori dalle mura scolastiche.      
Purtroppo così non è stato e si sono perse per strada molte conoscenze che andavano a far parte della cultura generale dell’alunno inteso come persona.  
Ma che cos’è la cultura?       
Se cerchiamo sul Treccani, per esempio, tra le tante definizioni che propone, troviamo le seguenti:
“L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo.
Il termine stesso è passato a indicare genericamente, nella letteratura, nella pubblicistica e nella comunicazione di questi ultimi anni, l’idealizzazione, e nello stesso tempo la scelta consapevole, l’adozione pratica di un sistema di vita, di un costume, di un comportamento, o, anche, l’attribuzione di un particolare valore a determinate concezioni o realtà, l’acquisizione di una sensibilità e coscienza collettiva di fronte a problemi umani e sociali che non possono essere ignorati o trascurati”.

Torniamo ora alla domanda inziale: è ancora importante, oggi, promuovere la cultura? Ma, soprattutto, è importante promuoverla tra i giovani e i giovanissimi?       
La mia risposta è sì, senza ombra di dubbio. Al di là della burocrazia da cui la scuola è stata fagocitata negli ultimi anni, burocrazia che obbliga i docenti a produrre un’infinità di carte (oggi parliamo piuttosto di file), a compilare griglie su griglie e via dicendo.   
Ed è importante, perché io continuo a credere nel mio ruolo, nonostante tutto, e a credere nel valore delle persone che ho di fronte ogni mattina in classe, perché vedo in loro la persona, prima che lo studente o addirittura il cliente.  
Qui sorge allora un’altra domanda: come promuovere oggi la cultura tra i giovani o i giovanissimi?
Non certo facendo una lezione di nozionismo, limitandosi a leggere dal libro di testo o a impartire istruzioni del tipo “aprite il libro a pagina tot, svolgente l’esercizio numero a pagina ecc…”.         
Occorre, invece, farlo con il CUORE, e per CUORE, intendo passione, coinvolgimento, attenzione all’alunno, a ogni singolo alunno, non alla classe, come entità astratta, ma alle persone che ne fanno parte con le loro specificità. Bisogna appassionare i ragazzi alla bellezza insita nelle pagine dei libri, che sono pagine di vita, specialmente in riferimento alle materie umanistiche, ma non solo.
Marco Dallari, professore ordinario presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento, sostiene che il segreto sta proprio nella bellezza: non importa il mezzo (anche se, probabilmente, le arti sono un medium più adatto), ma la capacità di educare e di educarsi al bello.    

(Nel prossimo articolo: “La pratica”)

Chi è Laura Veroni: è nata il 14 04 1963 a Varese, dove vive attualmente.        
Ha frequentato il Liceo Classico “Cairoli” e si è laureata in Pedagogia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.     
Insegnante di Lettere in una Scuola Secondaria di Primo Grado della sua città, ha un blog, Tutti i colori di Laura, e un sito didattico, La prof Veroni e i suoi alunni.    
È inoltre scrittrice di noir.  
Ha esordito come giallista, vincendo il premio di migliore scrittura femminile nel concorso GialloStresa 2013 con il racconto “La Chiesa”.           
Ha collaborato con il sito ThrillerNord, per il quale ha pubblicato numerose recensioni.

Ha pubblicato

I Delitti di Varese, Fratelli Frilli Editori 2016      
Varese, non aver paura, Fratelli Frilli Editori (Menzione Giallo Garda 4^ edizione) 2017
Il fantasma di Giada, Fratelli Frilli Editori, collana “I Frillini”   2018
Concerto di Morte, Fratelli Frilli Editori 2018    
Il ruolo, Autodafé Edizioni 2017  
Il passato non muore, Fratelli Frilli Editori 2019           
Thanatos, pulsione di morte, Amazon 2020     
Il mostro del Verbano, Morellini Editore 2020  

Vincitrice dei concorsi:

Cartoline di Natale 2013   
Premio Europa 2018         
concorso Beggi 2020         
Giallo Trasimeno 2021                  

 

      

Dario Villasanta

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