I capelli delle donne: la libertà di mostrare chi siamo

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(di Scilla Bonfiglioli)

Che significato hanno i capelli e il loro taglio come forma di protesta? “Può sembrare una piccola cosa, sottile come il diametro di un capello, appunto. Ma è una piccola cosa che ha una valenza di libertà enorme. E’ la libertà di mostrare chi siamo”.

Afrodite sorge dalle acque nuda, in piedi su una conchiglia, lasciando asciugare al vento la pelle coperta di sale e i lunghissimi capelli.

Tutti abbiamo in mente o abbiamo visto almeno per una volta la tela di Sandro Botticelli, la rappresentazione forse più celebre di un momento che ha incatenato l’immaginazione di tanti e che ha sedotto gli artisti: una fanciulla dallo sguardo dolcissimo e dal corpo selvaggio. L’iconografia ci tramanda così la nascita di una delle più potenti dee che abbiano mai calpestato questa terra.

Divinità della bellezza, della fertilità che non può essere ingabbiata da nessun vincolo, del desiderio erotico in qualsiasi forma, Afrodite rifiuta di legarsi i capelli o intrecciarli secondo l’uso civile. Li lascia liberi. I capelli della dea fanno solo quello che dice il vento.

Questo succedeva prima della nascita del tempo, perché le divinità nascono ogni giorno nella mente degli esseri umani e, per paradosso, nascono agli albori del mondo.

Il 16 settembre 2022, invece, in un tempo più preciso e più recente, la ventiduenne Mahsa Amini veniva uccisa a Theran.

Si trovava nella capitale iraniana per fare acquisti insieme alla sua famiglia, quando ha attirato l’attenzione della Basij, la Polizia Morale, a causa della mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo – una legge in vigore dal 1981, modificata nel 1983, che ha potere su tutte le donne iraniane, sia straniere che residenti.

Per avere messo lo hijab “in maniera sbagliata”, Mahsa Amini è stata arrestata e trascinata in una stazione di polizia dalla quale non è più uscita. Deceduta in circostanze sospette, si è detto tre giorni dopo al suo arresto.

Si potrebbe essere più precisi: assassinata per avere scoperto i capelli.

Perché tanta pena per una ciocca femminile?

I capelli sono riconosciuti da sempre come simbolo di vita, forza e rigenerazione.

E non solo per le donne, questo è sicuro.

Nel mito biblico, Sansone li portava molto lunghi, ciocche intrecciate nelle quali risiedeva una forza fisica straordinaria, una potenza concessa direttamente da Dio. Solo una volta recise le sette trecce con l’inganno, i suoi nemici riuscirono a catturarlo e a spingerlo verso la morte.

Il giudice Sansone è, insieme all’Ercole greco, uno degli eroi che forse incarnano meglio la virilità indomabile degli uomini. Che essa si esprima nella folta chioma non sgomenta nessuno. La perdita dei capelli non è forse uno dei primi segni della prima giovinezza lasciata alle spalle?

A qualunque genere un individuo appartenga, quando i capelli cadono in maniera significativa vuol dire che nel corpo qualcosa non sta andando come deve andare, che la salute cede il passo alla malattia, che la forza diventa debolezza o che, più semplicemente, la vecchiaia comincia ad avvertire che sta per bussare alla porta. La loro lucentezza e il loro stato sono uno dei primi indicatori di salute.

Ma i capelli sono anche un potente strumento identitario.

Raccontano molto della persona che li porta e sono in grado di esprimerne gran parte del carattere. Possono identificare un’epoca storica o un luogo geografico, il genere della persona e, a seconda delle abitudini culturali, ci raccontano di chi li porta attraverso il taglio, il colore, il tipo di acconciatura.

Nelle epoche più recenti, in gran parte del mondo, è possibile cambiare taglio con una facilità estrema, scegliere colori splendidi anche tra quelli meno naturali. Le capigliature si tingono di blu o rosa flash, i parrucchieri imparano a creare sfumature o a riprodurre lo spettro dell’arcobaleno sull’intera lunghezza di una chioma. I capelli lisci possono essere arricciati, quelli ricci si possono spianare o modellare in curve ancora più definite. Non c’è limite all’infinità di tagli simmetrici o asimmetrici da avere in testa. Il taglio che si decide di avere – o di non avere – indica chi siamo, a chi vogliamo assomigliare, chi ci piacerebbe essere, persino che messaggio vogliamo dare. Siamo maschi, femmine, non binari? Siamo sportivi o sofisticati? A quale gruppo sociale apparteniamo o ci piace fingere di aderire? I dreadlocks vengono sfoggiati in tutto il mondo senza che necessariamente chi li porti sia rastafariano. Le elaboratissime acconciature delle nobili giapponesi dell’epoca Edo fanno mostra oggi sulle teste di ragazzine occidentali appassionate di manga. Ogni sottocultura ha il suo codice di capelli a cui gli appartenenti si adeguano, come se la chioma fosse un vessillo.

Può sembrare una piccola cosa, sottile come il diametro di un capello, appunto. Ma è una piccola cosa che ha una valenza di libertà enorme. E’ la libertà di mostrare chi siamo.

Non a caso, quando si desidera depersonalizzare qualcuno, la prima cosa che si tocca sono i capelli: per secoli, ai prigiornieri e ai carcerati veniva rasata la testa. Nei campi di concentramento, le SS tagliavano i capelli dei deportati appena varcavano i cancelli: è più facile infliggere torture, vessazioni e morte a qualcuno che non è più una persona. E si può fingere che una persona non sia più tale togliendole i vestiti, rasandole i capelli, privandola di qualsiasi cosa che determini la sua personalità. La deumanizzazione e la depersonalizzazzione passano sempre per il furto dell’identità.

Più una società è libera, più i capelli possono prendere forme e colori diversi.

I capelli parlano per tutti. Allora perché tanto rumore per dei capelli femminili?

Per le donne, la questione si fa più diretta, più personale.

Per la loro capacità di rigenerarsi, i capelli simboleggiano la fertilità, l’energia della natura e la rinascita della vegetazione a primavera, dopo i rigori dell’inverno. Tutte caratteristiche che sono sempre state di appannaggio quasi esclusivamente femminile, nel mito e negli archetipi divini.

Afrodite, la dea che forse le incarna meglio di qualunque altra, nasce dall’organo genitale di Urano, reciso e caduto in mare, e dalla spuma bianca delle onde. Nasce nuda su una conchiglia, con i capelli al vento, portando la forza marina verso la terraferma. Ha il potere dei boccioli dei fiori che bucano i rami, della prima erba che spunta dal terreno, dei cuccioli che diventano adulti e sentono l’attrazione sessuale scorreregli nelle vene per la prima volta. Di tutto ciò che esiste di bello e di feroce.

Per estensione, i capelli diventano simbolo di bellezza, di sensualità e di erotismo.

Nella cultura occidentale i capelli di una donna sono sempre stati simbolo della sua sensualità, ma anche della sua stessa sessualità. Lungo le epoche è stato richiesto “per decenza” di portarli raccolti, perché erano le prostitute a portarli sciolti: le peccatrici che vendevano il loro corpo potevano usare i loro capelli per attrarre i clienti, come le sirene usavano il canto.

Non è un caso che nei Vangeli, l’unica donna di cui vengono menzionati i capelli sia una puttana. Li userà in un gesto di dolcezza per asciugare i piedi del Cristo.

Per le donne greche e quelle romane, sciogliere i capelli aveva una profonda valenza erotica. Era considerato di buon gusto che lo facessero solo davanti al marito, nell’intimità della propria casa.

Nelle epoche successive, le donne nobili potevano acconciarli, spesso in modi estremamente vistosi – le parrucche della corte francese prima della Rivoluzione avevano raggiunto impalcature vertiginose, esaperando nella moda una richiesta radicata nella cultura già da secoli.

Mostrare i capelli sciolti era ingiurioso tanto quanto lo sarebbe stato mostrare la vagina.

Per questo motivo in molte culture viene chiesto alle donne di coprire i capelli con un velo.

“Che cosa simboleggia il velo?” scrive l’analista Clarissa Pinkola Estees nel libro cult Le donne che corrono coi lupi. “Segna la differenza tra nascondersi e travestirsi. E’ un simbolo della concentrazione in se stesse, dell’occultamento della propria natura misteriosa, per la conservazione dell’eros e del mysterium della natura selvaggia. […] Essere una donna libera e portare, volendo, un velo significa avere il potere della Donna Misteriosa. Contemplare una donna velata è un’esperienza grandiosa.”

Questo valeva nel Medioevo, ma anche le nostre nonne in tutta Italia portavano un fazzoletto annodato sotto il collo. Un’usanza che è rimasta in vigore oggi per le donne che prendono i voti di un ordine religioso cattolico.

La chiave, come sempre, è nella parola “volendo”.

I drammi succedono quando l’uso si ottiente attraverso un obbligo.

Nel Nuovo Testamento, Paolo da Tarso scrive nella Prima Lettera ai Corinzi:

“Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli.” (1 Cor 3, 10)

Sembra infatti che gli angeli del Signore non resistessero alla lussuria generata dai capelli di una donna e se ne avessero viste pregare all’assemblea a capo scoperto sarebbero calati su di loro per accoppiarsi. E sembra che i capelli siano un tale vanto, per le donne, che l’unico modo per generare in loro pudicizia e umiltà sia rasarle o costringerle a tenerli coperti.

Costringere una donna al taglio dei capelli è un tentativo di condannarla alla vergogna. Nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, sebbene si tratti di letteratura fantastica, lo scrittore George R.R. Martin offre un’immagine efficacissima della Camminata della Vergogna di Cersei Lannister: la regina decaduta, colpevole di essere una donna di potere ma senza l’attenuante di un animo delicato e gentile, viene denudata e rasata prima di essere costretta ad attraversare la città sotto gli occhi di una folla che le urla ingiurie e che le sputa addosso.

Toglierle i lunghi capelli biondi è una punizione ben più infida che toglierle solo i vestiti.

Per contro, alle ragazze iraniane non è concesso portare i capelli corti. C’è un’organo politico che decide per loro la misura del loro vanto e della loro bellezza. Sono molti i commenti di donne iraniane che guardano con invidia i tagli più vivaci delle occidentali: “Ah, ma voi potete…?”

Che li imponga lunghi o cortissimi, sembra che qualsiasi organo autoritario repressivo – che sia esercitato da uomini o da donne – non tolleri che il potere di Afrodite possa essere libero nel vento.

Deve almeno venire coperto.

Mahsa Amini, in un giorno di settembre a Theran, non l’ha coperto abbastanza bene o con sufficiente convinzione.

Non è stato il primo omicidio di questo tipo e non sarà l’ultimo, ma la morte della ventiduenne iraniana ha fatto urlare il mondo. Nei giorni successivi alla dichiarazione del decesso, l’eurodeputata svedese Abir Al- Sahlani, originaria dell’Iran, compie nell’aula del Parlamento a Strasburgo il gesto di protesta che le ragazze iraniane stanno già proponendo per le strade del Paese, rischiando la vita, al grido di “Jin, Jiyan, Azadì!”: Donne, Vita e Libertà.

Shalani estrae dalla borsa un paio di forbici e si taglia i capelli.

“Noi popoli e cittadini dell’Unione Europea chiediamo la fine incondizionata e immediata di tutta la violenza contro le donne e gli uomini in Iran”, dice. “Finché l’Iran non sarà libero, la nostra furia sarà più grande di quella degli oppressori. Finché le donne iraniane non saranno libere staremo con voi”.

Il gesto non è stato causale: il taglio dei capelli ha una valenza profonda e radicata nella cultura femminile. Se i capelli sono un simbolo di forza, bellezza e ricchezza, tagliarli volontariamente non è cosa da poco. Si dice che una donna tagli i capelli quando vuole dare un taglio anche col passato o con una situazione che le ha causato o le sta causando pesantezza. Abbiamo visto come un taglio diverso possa dare voce a un cambiamento.

Ma tagliare i capelli ha anche una valenza sacrificale.

Il dolore più grande della dea Afrodite può essere identificato nella morte dello sposo Adone – signore della natura e della vegetazione lussureggiante.

In osservanza di questo lutto, era uso in Grecia che le ragazze si tagliassero i capelli per deporli sulle tombe, in occasionie di morti particolarmente toccanti. Euripide ce lo racconta nell’Ippolito, riferendosi alla dea afflitta:

“Fanciulle non aggiogate in matrimonio si recidano le chiome in onore di te che per lungo tempo raccoglierai grandissima angoscia di lacrime”.

Il video di Abir Al- Sahlani che si recide i capelli per la morte di una ragazza viene postato su Instagram e fa il giro del mondo.

Genera una detonazione. Alla protesta si uniscono donne e uomini da ogni paese della terra, tutte e tutti pronti a tagliare in sacrificio.

In molti comuni d’Italia, come in tanti altri Paesi, si aprono punti di raccolta. Le ambasciate iraniane vengono inondate di ciocche offerte dai comuni cittadini sull’altare di Mahsa Amini.

“La tradizione di tagliarsi i capelli per protesta è millenaria. Dimostra che la rabbia è più forte del potere dell’oppressore. Le donne dell’Iran ne hanno abbastanza. L’Unione Europea dovrebbe mostrare lo stesso coraggio e dar loro pieno sostegno” conclude Abir Al- Sahlani. E poi grida: “Jin, Jiyan, Azadì”.

Donne, vita e libertà.

Chi è Scilla Bonfiglioli:  Scilla Bonfiglioli nasce e vive a Bologna. Autrice insieme a Franco Forte del romanzo La bambina e il nazista edito da Mondadori (2020) e Tullo Ostilio – Il Lupo di Roma (2021), vince il premio Altieri con il romanzo Nero&Zagara – Fuoco su Baghdad (2019), il premio Gran Giallo Città di Cattolica con il racconto Non si uccidono i dodi (2018) e il premio Segretissimo con Un’ombra sulla luna (2017). Ha pubblicato racconti in diverse antologie (Mondadori, Delos Books, Mosca Bianca, Alter Ego), collane (Segretissimo Mondadori, Giallo Mondadori, Delos Digital) e sulle riviste Writers Magazine e Robot. Nero&Zagara – Morte ad Ankara (2022) è il secondo romanzo della serie Nero&Zagara in pubblicazione per Segretissimo Mondadori.

Dario Villasanta

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